<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-10125839</id><updated>2012-02-04T09:29:07.857+01:00</updated><title type='text'>zenobia</title><subtitle type='html'>Zenobia non si faceva prendere. I romani la volevano ma lei si ritirava nel deserto...non la presero mai, zenobia. 
Questo blog racconta storie di vite altrui.
Descrive luoghi, anche loro, altrui.
Le storie esistono solo se qualcuno le sa raccontare...</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://zenobiaonline.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10125839/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://zenobiaonline.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Chiara Milanesi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13116693221141873377</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://2.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SVnyPNVew8I/AAAAAAAAAvM/sBDwyUEKOmo/S220/s784383329_691524_1586.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>4</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10125839.post-6543298188960949764</id><published>2008-05-22T12:25:00.029+02:00</published><updated>2010-03-29T22:47:28.903+02:00</updated><title type='text'>ELEZIONI IN NEPAL: VIAGGIO AI CONFINI DELLA DEMOCRAZIA</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDV319tzvEI/AAAAAAAAAdA/5s1zGc8SASI/s1600-h/IMG_4531.JPG" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203196713479945282" src="http://2.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDV319tzvEI/AAAAAAAAAdA/5s1zGc8SASI/s320/IMG_4531.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;Il 10 aprile in Nepal si è votato per&amp;nbsp;eleggere l’Assemblea Costituente. Le elezioni, le prime dopo un decennio di guerra civile e 13000 morti, facevano parte dell’accordo di pace firmato il 21 novembre 2006 tra i sette principali partiti nepalesi e i maoisti. Più volte posticipate rispetto alla data prevista inizialmente, a ragione del clima teso che regnava nel paese, le elezioni di aprile hanno visto una forte partecipazione popolare.  Più del 60% su 17,6 milioni di votanti, il che, in un paese estremamente arretrato e composto da zone di difficile accesso&amp;nbsp;com’è il Nepal, costituisce un record assoluto. I maoisti&amp;nbsp;di Prachanda, contro tutte le previsioni, hanno ottenuto una vittoria schiacciante conquistando 118 seggi sui 216 totali. Il risultato elettorale dovrebbe portare all’abdicazione&amp;nbsp;del discusso re Gyanendra e alla trasformazione del paese, a tuttora l’unica monarchia induista esistente al mondo, in una repubblica federale.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203475766095101298" src="http://3.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDZ1o9tzvXI/AAAAAAAAAfY/4aCKDw7z4Mw/s400/IMG_4316.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;Quanto segue è quello che ho visto, ho sentito, ho ascoltato in quei giorni, prima a Kathmandu e in seguito nelle valli del Langtang e dell’Helambu, due regioni situate nel nord est del Nepal, ai confini col Tibet cinese.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Soldati. Tanti soldati.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Agli angoli delle strade, il mitra puntato a terra. Seduti in fila su camion scoperti che avanzano lentamente lungo i viali. Volti seri di soldati che spuntano da elmetti troppo grandi e si intravvedono appena dietro alle garritte di legno costruite alle bell’ e meglio agli angoli del&amp;nbsp;muro che circonda il palazzo reale. Soldati che passeggiano per Thamel a gruppetti di due o tre. O più compatti, a proteggere l’ambasciata cinese dai&amp;nbsp;monaci vestiti di rosso che da qualche settimana manifestano&amp;nbsp;contro la repressione in Tibet. In mano delle sottili canne di bambù.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203184915204783026" src="http://3.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDVtHNtzu7I/AAAAAAAAAb4/-noNJdgOePY/s320/IMG_4288.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; float: left; margin: 0 10px 10px 0;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Sono soldati che non fanno paura quelli che pattugliano le strade di Kathmandu a pochi giorni dalle elezioni. Gentili, se li saluti, sorridono.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Di soldatesse, in città, se ne vedono poche. Qualcuna la si vede ai posti di blocco in uscita dalla città. Altre, più numerose, nei villaggi semiisolati delle valli del Langtang. A Trishuli, un villaggio che vorrebbe potersi definire cittadina, fanno capannello attorno ad un chiosco di bibite. Indossano uniformi mimetiche, quasi tutte troppo larghe per i loro corpi minuti. Chiacchierano e ridono, i lunghi capelli neri annodati strettamente sulla nuca.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non battono ciglio, soldati e soldatesse, al passaggio dei maoisti di Prachanda. Nemici giurati neanche un anno e mezzo fa, ora i militanti/guerriglieri hanno invaso Kathmandu. Dicono che nella capitale ne sono arrivati circa 45000. Sono scesi in città dalle montagne del Dolpo, dai villaggi nascosti nelle valli che circondano il massiccio dell’Annapurna, dal Solo Khumbu e dalle soffocanti pianure del Terai. Festoni di bandierine con la falce e il martello rossi in campo bianco sono appesi da una casa all’altra nelle stradine attorno a Durbar Square.&lt;/div&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203188016171170770" src="http://1.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDVv7ttzu9I/AAAAAAAAAcI/95JhdxcZCww/s200/IMG_4294.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; float: right; margin: 0 0 10px 10px;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Sostituiscono le bandiere da&amp;nbsp;preghiera tibetane, che, di questi tempi, si fanno più discrete. I rikshiò che stazionano davanti alle guesthouse di Thamel esibiscono incollati ai sedili&amp;nbsp;i manifestini di propaganda del partito.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Falci e martello sono dipinte con la vernice rossa sui pali della luce, sulle saracinesche arrugginite dei negozi,&amp;nbsp;sulle porte in legno marcito delle case. Sui muri scritte in inglese e nepalese augurano lunga vita al marxismo leninismo e al suo interprete, il valoroso&amp;nbsp;compagno Prachanda.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203189012603583458" src="http://1.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDVw1ttzu-I/AAAAAAAAAcQ/yuTIlXZyP8A/s320/IMG_5011.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Pushpa Kamal Dahal, alias Prachanda, o, in nepalese, « il temerario». Nel pronunciare il suo nome molte persone abbassano la voce. Per alcuni questo bramino di cinquantatre anni è un eroe, che ha dato voce ai milioni di diseredati che popolano questo paese, uno dei più poveri del mondo. Per altri Prachanda non è altro che un leader feudale, responsabile delle estorsioni e degli assassinii che per più di dieci anni hanno colpito indiscriminatamente gli abitanti dei poveri villaggi situati nelle zone più remote ed isolate dell’Himalaya. Il giardiniere della guesthouse osserva che il leader dei maoisti porta molto bene i suoi anni. È in perfetta salute e ben nutrito, nota. E aggiunge a bassa voce che la sua dieta l’uomo se l’è pagata con il denaro estorto a dei poveri disgraziati come lui.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203191035533179906" src="http://4.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDVyrdtzvAI/AAAAAAAAAcg/T74InwORzlo/s400/IMG_4301.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Dagli altoparlanti di automobili, camioncini e jeep male in arnese i militanti fanno propaganda per i tre principali partiti. La gente ne parla curiosamente. È raro che qualcuno chiami un partito col suo nome. Così il Nepali Congress diventa « &lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;the tree&lt;/span&gt; », l’albero, o meglio la quercia, che è il simbolo del partito, mentre l’UML, il partito marxista riformista, diventa, per la stessa ragione, « t&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;he sun &lt;/span&gt;» il sole. Solo il CPN, il partito&amp;nbsp;di Prachanda, non ha nome. La gente lo confonde col suo leader. E se deve dichiarare per chi voterà dichiara che voterà per lui. Per Prachanda. Il temerario.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203475761800133986" src="http://2.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDZ1ottzvWI/AAAAAAAAAfQ/IaC2-8jLjqA/s400/IMG_4310.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center;" /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Tre giorni prima delle elezioni è difficile riuscire a trovar posto su una corriera in partenza da Kathmandu. I partiti hanno requisito tutti i mezzi di locomozione collettiva, dai grandi mostri Tata ai minibus cinesi male in arnese, per trasportare i votanti ai loro villaggi e ai seggi o quantomeno là dove arrivano le strade carrozzabili. Decine di veicoli strapieni intasano le arterie in uscita dalla capitale. La gente si ammassa sul tetto, le gambe raccolte contro il petto per mancanza di spazio. I più giovani viaggiano in piedi sui predellini esterni, o se ne stanno in bilico sui paraurti aggrappati ai portapacchi. All’interno, schiacciati gli uni sugli altri, si stringono le donne, i vecchi e qualche bambino. Nessuno protesta. Stoicamente imperturbabili i passeggeri affrontano i disagi del viaggio.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Sono autobus fortemente connotati quelli che&amp;nbsp;si muovono da Durbar Marg o dalle stazioni periferiche. Trasportano i simpatizzanti del &lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;Nepali Congress&lt;/span&gt;, quelli del &lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;Sun&lt;/span&gt; o i seguaci di Prachanda. Gli uomini accoccolati sul tetto sventolano incessantemente le bandierine di propaganda e quando l’autobus fa una sosta in un villaggio sciamano in gruppo per le strade scandendo slogan. Agli automobilisti che li tallonano tentando spericolati sorpassi sorridono levando le dita a V nel segno della vittoria.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;In questi giorni che precedono le elezioni le regole del codice della strada non sembrano vigere più. Ai posti di blocco i soldati lasciano passare i veicoli stracarichi con un rapido cenno del braccio. I militari più ligi, nel tentativo di dare una parvenza di controllo, Fanno il gesto di salire sul predellino. Gettano uno sguardo all’interno del veicolo, al di sopra delle teste dei passeggeri che bloccano l’ingresso, poi scendono e fissano stancamente gli uomini accalcati sul tetto. Che a loro volta, senza scomporsi, fissano i soldati.  Poi gli autobus ripartono tra sbuffi acri di fumo nero e profumo di kerosene.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Trishuli, l’ultimo villaggio prima che la strada asfaltata non si trasformi in un incubo di voragini, massi e torrenti straripati, è una sosta obbligata per gli autobus dei votanti, le jeep degli osservatori internazionali e le camionette dei soldati. Nei punti di ristoro, di fronte ad un piatto di dal bhat i sostenitori dei differenti partiti non hanno problemi a mescolarsi. Nessuna rivalità, nessuna animosità. Un poco come farebbero i giocatori di un qualunque team sportivo amatoriale che si ritrovassero a bere un caffé in&amp;nbsp;un bar sull’autostrada prima di raggiungere la sede del torneo. Due soldatesse, in un angolo, si rassettano l’uniforme. Chiacchierano fitto tra di loro, il fucile mitragliatore abbandonato a tracolla sulla schiena. Ogni tanto lanciano un’occhiata di sbieco qua e di là.&lt;/div&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203344129642446034" src="http://1.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDX96ttzvNI/AAAAAAAAAeI/K92B3RXpWy0/s200/IMG_4469.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; float: left; margin: 0 10px 10px 0;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;A Dunche, il primo villaggio dopo Trishuli si entra nella regione del Langtang, per anni&amp;nbsp;in mano ai maoisti come testimoniano le scritte sbiadite sui muri delle case. « &lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;Well-come to maoist area&lt;/span&gt; », recita in un inglese approssimativo una scritta tracciata con la vernice rossa sul muro di un ghompa.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203344885556690146" src="http://1.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDX-mttzvOI/AAAAAAAAAeQ/3ZhgsevaZtk/s320/IMG_4924.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center;" /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lungo la strada sterrata, realizzata in dieci anni dall’esercito nepalese per permettere ai camion di raggiungere le miniere di zinco e piombo situate sulle pendici del Ganesh Himal, i posti di blocco si moltiplicano. A Dunche, nei pressi di una garritta, una sbarra di ferro chiude la strada. Un soldatino, che si intravvede appena dietro ai sacchi di sabbia, sta di guardia alla barriera e con un gesto della mano smista il traffico fino al posto di controllo. Non sembra particolarmente vigilante. La guerriglia è terminata da circa due anni e a parte qualche sporadica scaramuccia, i rapporti tra esercito e sostenitori di Prachanda sono distesi. Il soldatino ci osserva con sguardo annoiato e dopo una decina di minuti ci fa segno di passare.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Mancano tre giorni a domenica 10 aprile, data delle elezioni.&amp;nbsp;Da Syabru Besi, ultimo luogo abitato raggiungibile con un mezzo a quattro ruote, ci vogliono&amp;nbsp;tre giorni di cammino per arrivare a Langtang, capoluogo e sede elettorale di tutta la regione. Una &amp;nbsp;lenta salita graduale lungo il Langtang Khola, in mezzo a foreste di querce e rododendri.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;In questo periodo i rododendri sono in fiore. Fiori rossi, rosa o bianchi che si intravedono da lontano attraverso l’intrico dei rami degli aceri e degli abeti che costeggiano il fiume.&lt;/div&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203342325756181698" src="http://1.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDX8RttzvMI/AAAAAAAAAeA/Am73euPoG80/s320/IMG_4516.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; float: right; margin: 0 0 10px 10px;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Poco prima di Changtang, meglio conosciuta come Lama Hotel, sotto alcune creste rocciose, a qualche centinaio di metri d’altezza dal fiume penzolano dei giganteschi alveari neri. Nei pressi degli&amp;nbsp;alveari lunghe corde che dondolano al vento. Sono fissate ai tronchi d’albero sul ciglio della cresta rocciosa. Servono agli apicultori dei villaggi vicini che al momento della raccolta del miele vi si calano dall’alto Le corde  poi vengono fatte oscillare per permettere agli uomini di raggiungere gli alveari.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Tra gli alberi giocano gli entelli, le scimmie sacre che gli induisti adorano sotto l’effigie di Hanuman, il dio scimmia prediletto dai bambini. Piccole, la testa grigia e le lunghe code sinuose, si spostano in branchi di trenta o quaranta. Scendono agilmente dagli alberi e a Rimche giocano sulla sabbia del fiume.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;A Ghora Tabela gli alberi e le scimmie scompaiono e cedono il passo ai pascoli di yak. Sono piccoli gli yak del Langtang. Più piccoli degli yak dei grandi altipiani tibetani. Pascolano tranquilli, in mezzo a greggi di capre e a nervosi cavallini dalle zampe robuste che trotterellano liberi attorno ai lunghi mani da preghiera che separano in due i sentieri.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Via via che il sentiero si inerpica su per la montagna i muri da preghiera si fanno più numerosi. E così pure i mulini ad acqua edificati in modo da far girare incessantemente le ruote da preghiera. Da Ghora Tabela, dove un paio di soldati occupano un avamposto da deserto dei tartari, si intravedono brillare i tetti di Langtang.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203219949253016658" src="http://4.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDWM-dtzvFI/AAAAAAAAAdI/73vfzluvXlM/s320/IMG_4577.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; float: left; margin: 0 10px 10px 0;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Langtang, capoluogo del distretto omonimo, è un borgo di una cinquantina di case e qualche lodge abitato per lo più da Tarang&amp;nbsp;o da fuoriusciti tibetani. Le case sono sparse, adagiate su uno sconfinato manto erboso sul quale pascolano pigri yak e cavalli. A parte i lodge, le case sono modeste, in pietra secca o fango. Quasi tutte hanno il tetto piatto in stile tibetano. Tra un’abitazione e l’altra un dedalo di muretti di pietra che racchiudono piccoli appezzamenti coltivati a grano saraceno, patate, frumento, rape, orzo e aglio.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Langtang è anche terra di corvi. Volano in coppia o a stormi sopra il villaggio. Entrano ed escono dal reticolato di bandiere da preghiera che si diparte dal piccolo mani in pietra secca al centro del paese. Sfrecciano al di sopra della piccola folla che si accalca davanti alla scuola del villaggio.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Le grida rauche dei corvi si mescolano al suono sordo di un tamburo che fuoriesce da un  minuscolo ghompa installato all’interno di una casa.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Sedute sul prato, attorno alla casa, tre vecchie chiacchierano fitto. Una fa girare meccanicamente il suo mulino da preghiera. Un’altra ride e nel contempo sgrana lesta un rosario di legno che stringe nella mano sinistra.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Sullo sfondo la cascata di ghiaccio che scende dal Langtang Lirung e dai 6780 metri del Kinshung.&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203340659308870834" src="http://1.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDX6wttzvLI/AAAAAAAAAd4/LRWWxOuM9LI/s400/IMG_4612.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; float: left; margin: 0 10px 10px 0;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;C’è aria di festa oggi a Langtang. Tra la gente che si accalca attorno al cortile della scuola che funge da seggio elettorale l’eccitazione è palpabile. Le donne indossano quasi tutte l’abito tradizionale : lunghe gonne pesanti sotto rigidi grembiuli di lana colorati, tessuti a mano, e corti gilet dai quali fuoriescono i maglioni. I lucidi capelli neri sono stretti in una lunghissima treccia che pende rigida sulla schiena.. Le più giovani indossano dei fazzoletti annodati sulla nuca, le più anziane dei minuscoli cappellini neri di panno.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Si stringono le donne, o meglio si abbracciano l’una all’altra, tenendosi&amp;nbsp;saldamente per la vita davanti all’ingresso del seggio riservato loro. Non c’è nessun bisogno di accalcarsi,&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203346238471388402" src="http://4.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDX_1dtzvPI/AAAAAAAAAeY/25ymsarNz3U/s320/IMG_4581.JPG" style="cursor: pointer; float: right; margin-bottom: 10px; margin-left: 10px; margin-right: 0px; margin-top: 0px; text-align: justify;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;di stringersi così. Lo spazio, lo spazio sconfinato del manto erboso, non manca. Eppure, per una quale misteriosa ragione, loro, le donne, si stringono. Non spingono. Attendono pazientemente il loro turno. Ma tutte, proprio tutte, si tengono allacciate.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;A fungere da seggio elettorale è il cortile della scuola, un edificio a un piano, dal tetto di lamiera, che circonda il cortile su tre lati. Il terzo lato è chiuso da un reticolato di frasche, rami di acero, canne di bambù, tirato su alla bell’e meglio. Nell’intrico dei rami sono stati praticati due stretti pertugi che permettono di accedere al cortile. Fungono da ingresso al seggio e sono guardati a vista da militari. Una soldatessa per l’ingresso destinato alle donne e un soldato per quello destinato agli uomini.&lt;/div&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203472106782965026" src="http://3.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDZyT9tzvSI/AAAAAAAAAew/XMUWGeqQk-w/s400/IMG_4556.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; float: right; margin: 0 0 10px 10px;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;All’interno del cortile siede la commissione elettorale sotto lo sguardo, a momenti attento, a momenti ridanciano, di un pungo di soldati in uniforme azzurra.   Le cabine elettorali sono sistemate in fondo al cortile, lungo il muro della scuola . Rosa per le femmine e blù per i maschi, non sono altro che due semplici tavolini sui quali sono stati sistemati dei paraventi di cartone. Paraventi troppo bassi, devono aver pensato i commissari, per garantire la segretezza del voto. Il che spiega il nylon azzurro che pende come biancheria stesa al sole da un filo elettrico che attraversa il cortile e che finisce, a mò di tendina, sul paravento di cartone.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;C’è tanta approssimazione e tanta serietà.&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203236484877106306" src="http://2.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDWcA9tzvII/AAAAAAAAAdg/J3InDFqWc6g/s400/IMG_4557.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; float: right; margin: 0 0 10px 10px;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Appena fuori dalla scuola, sul muro di fango grigio di quello che sembra essere un ovile, sono fissati con dei chiodi i manifesti elettorali. I primi due esibiscono la lista dei partiti che si presentano alle elezioni. Comincio a contarli e poi mi perdo affascinata a studiarne i simboli. Sulle liste dei partiti in lizza non ci sono nomi ma solo simboli. Simboli curiosi e suggestivi. Un sole, una quercia, un ombrello, una stella a cinque punte, una mucca, un gallo, una luna, un tamburo oblungo, la tradizionale falce e martello, un’altra falce e martello, ma in questo caso con la falce a forma di fucile e il martello di bastone, una ruota dentata, il volto di un soldatino con un cappello da boyscout, un anello, una scala a pioli, una teiera, un cavallino, un paio di occhiali, una freccia, una spada, una sveglia, un pallone da calcio, una fiaccola, un aquilone...&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La gente osserva attenta i simboli dei partiti poi passa a studiare i manifesti colorati che spiegano  a fumetti le modalità del voto. Anche in questo caso, il messaggio è affidato al disegno. Chiaro e inequivocabile.&lt;/div&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203228071036173410" src="http://3.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDWUXNtzvGI/AAAAAAAAAdQ/GQSwoBLjId8/s320/IMG_4563.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; float: left; margin: 0 10px 10px 0;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Su un primo manifesto è disegnata la carta del Nepal, ma al posto dei fiumi, delle montagne e delle città, spuntano tanti piccoli personaggi a mezzo busto. A coppie, uomini e donne, ognuno con tratti somatici, abiti o pettinature diverse. Donne dalla pelle scura che indossano il sari, donne col velo islamico, tibetane dalle lunghe trecce nere, donne vestite all’occidentale, donne con degli strani copricapi piatti che ricordano curiosamente una qualche etnia dello Yunnan cinese. In una sorta di ferrea morale manzoniana accanto ad ogni donna compare un uomo, il marito, che la foggia degli abiti e i tratti somatici indicano appartenere alla stessa etnia o classe sociale. Un ragazzo salta col dito da un omino all’altro ed enumera serio: « Chetri, Tamang, Raj, Gurung, Ghurka, Sherpa.... ».&lt;/div&gt;In basso, sullo stesso manifesto due grandi orologi. Il primo con le lancette puntate sulle 7 del mattino. Il secondo sulle 17. Il messaggio è eloquente : tutte i cittadini, qualunque sia la loro etnia o la loro religione sono invitati a recarsi ai seggi per votare tra le sette del mattino e le cinque del pomeriggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Gli altri manifesti sono concepiti nello stesso spirito. In uno, sempre a fumetti, sono spiegate le modalità con cui apporre il voto sulla scheda. In un altro l’iter che l’elettore deve effettuare quando entra nel seggio. Farsi riconoscere dai commissari, farsi spennellare l’unghia del pollice con l’inchiostro indelebile, prova inconfutabile di aver già esercitato il diritto di voto, raccogliersi dietro la cabina elettorale, inserire la scheda nell’urna, firmare e uscire. Un terzo manifesto spiega quello che non è giusto fare : non è giusto strappare i manifesti elettorali, non è giusto fare pressioni in gruppo su una famiglia che si accinge a votare, non è giusto accendere un fuoco e cucinare nelle vicinanze del seggio e tantomeno presentarsi al voto armati. Tutto è spiegato con dei bei disegni colorati, dai quali spira un’aria di tranquilla sicurezza.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ed è proprio di quest’ordine e di questa tranquillità, reali e tangibili, che mi parlano tutti. Me ne parla il maestro di scuola, con orgoglio, in un inglese scolastico. « Abbiamo notizie che tutto sta andando bene », mi dice. « In tutto il paese, salvo in un paio di posti. Non ci sono state violenze, nessuna intimidazione – ribadisce sorridendo. Questa volta ce la faremo. » Il paio di posti in questione, lo si saprà una settimana dopo, sono nel Terai, dove la guerriglia non è stata debellata. In questo caso è una minoranza, la minoranza madhese, che rivendica l’autonomia e da almeno sei mesi blocca i rifornimenti in carburante in provenienza dall’India.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Un soldato esce dal seggio e cortesemente invita un uomo che sta fumando una sigaretta ad allontanarsi di qualche metro. L’uomo acconsente senza sollevare obiezioni,  si sposta di alcuni passi e riprende a chiacchierare. Poco dopo le due,  il soldati che smistano i votanti bloccano l’ingresso con qualche ramo messo di traverso  e fanno cenno alla gente in coda di disperdersi. Che sta succedendo, chiedo qua e là. Niente. Solo un momento di pausa per permettere alla commissione di bere il té. Grandi thermos cinesi  colorati vengono trasportati all’interno del cortile. I maschi sciolgono le fila.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203475018770791762" src="http://1.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDZ09dtzvVI/AAAAAAAAAfI/4ss7SZdnMWA/s320/IMG_4567.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Le donne invece continuano a starsene bene in coda, abbracciate l’una all’altra.  All’interno del seggio soldati e commissari sorseggiano il té seduti ai tavolini della scuola che fungono da scrivanie.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Una vecchia tibetana attraversa il prato camminando lentamente accompagnata da due uomini. È vestita con l’abito tradizionale ed esibisce due grandi orecchini d’oro ai lunghi lobi avvizziti. Ai piedi, un paio di ciabatte. « È partita stamattina prima dell’alba dal suo villaggio », mi spiega il maestro di scuola. « Ha camminato almeno otto ore per arrivare qui a Langtang a votare. » La accompagnano i due figli. Uno di loro la tiene par mano. La vecchia non perde tempo a riposarsi. Si mette direttamente in fila dietro alle altre donne, la faccia rugosa e incartapecorita dal sole. Un ragazzo accorre e le mette in mano un bigliettino bianco. Un bigliettino qualunque, strappato da un quaderno.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;« Come si procede all’identificazione degli elettori ? », chiedo al maestro. Sono perplessa. Coloro che esibiscono i documenti, infatti, sono una minoranza. « Lo vede quel vecchio ? » mi fa l’uomo indicandomi un uomo che se ne sta seduto ad un tavolo all’interno del recinto. « Lui è la memoria storica di questa valle. È sempre vissuto qui e conosce tutte le famiglie. Quando gli si presenta di fronte un volto estraneo lui sa fare le domande giuste. "Chi sei ? Come si chiama tuo padre ? E tua madre ? Dov’è il tuo villaggio ? Chi è tuo cugino ? E il lama del tuo villaggio come si chiama ?" . Nessuno sfugge all’interrogatorio di Dzochen. Lui, Dzochen, conosce tutti, o quantomeno la storia di tutte le famiglie della valle. È lui, Dzochen, il nostro registro degli elettori. Ed è estremamente affidabile.... ».&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203472604999171378" src="http://3.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDZyw9tzvTI/AAAAAAAAAe4/Rd1gbiW5tUM/s320/IMG_4588.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; float: left; margin: 0 10px 10px 0;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Apparentemente, la vecchia accompagnata dai figli non è l’unica elettrice che ha dovuto percorrere delle lunghe distanze per raggiungere il seggio. Langtang è il capoluogo di una regione montagnosa. I villaggi sono lontani, a volte a più di un giorno di marcia. Un ragazzo mi spiega che in molti sono arrivati al villaggio fin dalla sera prima, per essere pronti al voto la mattina presto e riuscire a rientrare a casa loro entro sera.&lt;/div&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203471449652968722" src="http://2.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDZxtttzvRI/AAAAAAAAAeo/pVg-U51ucQg/s320/IMG_4605.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; float: right; margin: 0 0 10px 10px;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Alle 5 del pomeriggio i seggi chiudono puntuali. Hanno potuto votare tutti. Le donne in fila. La gente venuta da lontano. Attorno alla scuola si formano dei capannelli. Uomini, per la più parte. Nesuno sembra infastidirsi se gli viene chiesto il nome del candidato a cui ha dato la preferenza. Prachanda, rispondono quasi tutti. Un uomo indica i miei occhiali da sole. Sono interdetta e poi ricordo che tra i partiti ce n’è uno il cui simbolo è proprio un paio di occhiali. Poi l’uomo ride e se ne va. Un giovane tibetano, rappresentante di una ONG di stanza a Kathmandu, mi si avvicina e sottovoce in inglese mi dice che non è vero, che tutti annunciano che hanno votato per Prachanda, ma che lo fanno per paura, perché non si sa mai. Qui i maoisti, aggiunge, la fanno da padrone.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Le donne, ad eccezione di alcune vecchie che chiacchierano sedute a terra,  si sono allontanate. Un gruppo di bambini gioca nelle vicinanze.  Si lasciano scivolare lungo una breve discesa di fango in bilico su alcuni pezzi di plastica o su alcuni grossi cartoni. Li usano come slitte. Una bambina raccoglie dell’acqua dal torrente e la versa coscienziosa sulla discesa per renderla più liscia e scorrevole.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Dopo l’ennesima cerimonia del tè le urne vengono sigillate sotto gli occhi di quelli che sono rimasti. Un paio di soldati resta a guardia del seggio. Domattina all’alba le urne verranno portate a valle. Sulla schiena, da due portatori sherpa scortati dai soldati e dai rappresentanti dei principali partiti. Tra tre giorni arriveranno a Dumche, e da là verranno trasportate in un camion militare fino alla capitale per essere contate.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La sera al lodge i porter e le guide sono eccitati. Quando si sapranno i risultati ? – chiedo. «Definitivi ? », risponde Norbu, una vecchia guida himalyana che nell’85 aveva partecipato alla spedizione di Messner sull’Annapurna e il Dhaulagiri. « Tra tre settimane », dice, come fosse un’ovvietà.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ma nei giorni successivi le voci rimbalzano da una valle all’altra. « Già 20 deputati !», mi confida, Dharma, a Kajin Ghompa. Lui è un bramino, mi dice con orgoglio. E aggiunge : « Come Prachanda ! ». Tre giorni più tardi, a Ghosaikund, Tashi, che è guida di montagna e nella stagione del monsone, quando sono pochi i turisti occidentali che si inerpicano su per le valli, fa il cantante a Kathmandu, spara la cifra di 102 deputati attribuiti ai maoisti. « Ma come lo sai ? », gli chiedo. Siamo a 4800 metri, il giorno prima c’è stata una tempesta di neve, e sono in pochi quelli che sono riusciti a raggiungere i laghi. La gente lo sa, risponde lui, le voci corrono da una valle all’altra.&lt;/div&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203474486194847042" src="http://1.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDZ0edtzvUI/AAAAAAAAAfA/jWKDduxtqeA/s320/IMG_4637.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center;" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Fa freddo a Ghosaikund. I laghi sono in parte coperti da un sottile strato di ghiaccio. L’aria è tersa e cristallina. Attorno alla stufa, la stessa sera, tutti si stringono nelle coperte. Il vento gelido si infiltra tra le assi di legno del rifugio e le radici che vengono introdotte regolarmente nella stufa bruciano male e non riescono a scaldare la stanza. I porter chiacchierano animatamente, sorseggiando il rakhsi. Nelle conversazioni, a tratti, sento pronunciare il nome di Prachanda.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Voglio capire.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;A Langtang, a Kajin Ghompa e Syabru Thule i maoisti hanno stravinto. Com’è possibile, chiedo. Com’è possibile che dei rifugiati tibetani, gente che è scappata dal Tibet per sottrarsi alle vessazioni dei cinesi, abbia votato compatta per l’uomo che è amico della Cina e che neanche tre anni fa assumeva a modello i khmer di Pol Pot ? « La gente vota come dice loro di votare il capo del villaggio », mi spiega Tashi. « E il capo del villaggio è una persona saggia. Sa che la vittoria dei maoisti metterà fine alle requisizioni,  alle estorsioni, ai reclutamenti forzati. Se vince Prachanda il paese ritroverà finalmente la pace. » Ma lo sa la gente che cosa ha fatto Pol Pot, che cosa è successo in Cambogia ? Tashi, non capisce. Mi guarda sorridendo. « Se Prachanda non farà quello che ha promesso, dice, la gente lo manderà via. Due anni fa siamo scesi in strada per dire basta al re. Faremo lo stesso con Prachanda. ». Sto per parlare del rischio che la stampa venga messa a tacere, che le ONG se ne vadano, che le agenzie turistiche considerino il Nepal un paese poco affidabile, ma non dico niente. Tashi è sicuro e fiducioso. E forse le mie categorie, il mio concetto di democrazia, qui, non funziona.&lt;/div&gt;Qui c’è la neve. L’aria è rarefatta e c’è tanto silenzio.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5203470350141340930" src="http://2.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDZwtttzvQI/AAAAAAAAAeg/T8oBJv-lDog/s400/IMG_4757.JPG" style="cursor: hand; cursor: pointer; display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center;" /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ho percorso il Langtang tra il 7 aprile e il 23 aprile. Oltre a Claudio, il mio compagno di vita e ad Andrea, mio figlio, sono venuti Bal Kumar, Ram Giri, Gokul Kumar Raj e Purna&amp;nbsp;Gurung. Non ho parole per ringraziarli. Come al solito il buon Navyo si è occupato, eccellentemente, di noi.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Navyo Eller, impareggiabile organizzatore lo troverete a questo indirizzo: &lt;a href="http://www.navyonepal.com/"&gt;http://www.navyonepal.com&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Alcune fotografie scattate in Langtang le troverete &lt;a href="http://www.flickr.com/photos/15132083@N04/sets/72157604908545274/"&gt;qui&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Un bel sito di racconti di viaggio è quello di Marco Santamaria che potrete visitare cliccando &lt;a href="http://www.markos.it/"&gt;qui&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Un altro sito, altrettanto appassionante quello di &lt;a href="http://www.marcocavallini.it/"&gt;Marco Cavallini&lt;/a&gt;...da leggere!&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://xyz.freelogs.com/stats/c/chiaramilanesi/" target="_top"&gt;&lt;img align="middle" alt="hit counter script" border="0" hspace="4" src="http://xyz.freelogs.com/counter/index.php?u=chiaramilanesi&amp;amp;s=a" vspace="2" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;script src="http://xyz.freelogs.com/counter/script.php?u=chiaramilanesi"&gt;&lt;/script&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.freelogs.com/" style="font-size: 12;" target="_top"&gt;hit counter html code&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10125839-6543298188960949764?l=zenobiaonline.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://zenobiaonline.blogspot.com/feeds/6543298188960949764/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10125839&amp;postID=6543298188960949764' title='29 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10125839/posts/default/6543298188960949764'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10125839/posts/default/6543298188960949764'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://zenobiaonline.blogspot.com/2008/05/il-10-aprile-in-nepal-si-votato-per.html' title='ELEZIONI IN NEPAL: VIAGGIO AI CONFINI DELLA DEMOCRAZIA'/><author><name>Chiara Milanesi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13116693221141873377</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://2.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SVnyPNVew8I/AAAAAAAAAvM/sBDwyUEKOmo/S220/s784383329_691524_1586.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SDV319tzvEI/AAAAAAAAAdA/5s1zGc8SASI/s72-c/IMG_4531.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>29</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10125839.post-110760463117753192</id><published>2005-02-05T13:56:00.000+01:00</published><updated>2005-02-05T12:57:11.190+01:00</updated><title type='text'>VIAGGIO IN SIRIA - NATALE 2004</title><content type='html'>VIAGGIO IN SIRIA – NATALE 2004/2005&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo non è un diario di viaggio, ma semplici flash. Impressioni e colori di un paese che mi ha sedotto e che non ho capito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DAMASCO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vi è sempre, all'inizio di un viaggio, un'immagine che ci si fissa in testa e che poi ci si porta dietro nel ricordo. E' una sorta di logo. Del viaggio, del paese. A volte un logo di storie. Tante storie.&lt;br /&gt;Il logo di questo viaggio è una donna in nero. Una donna in nero che scorgo dietro di me, a Damasco, mentre sto per attraversare l'arteria trafficatissima che mi porta dalla città nuova alla città vecchia. &lt;br /&gt;E' già sera. Siamo arrivati a Damasco con 12 ore di ritardo. Il volo Alitalia, delle 21h40, invece di atterrare a Damasco cambia rotta all'ultimo momento e atterra a Beirut. "Per causa di nebbia", annuncia il capitano. Damasco sfavilla di luci sotto di noi. &lt;br /&gt;Da Beirut il volo riparte alle 10 della mattina dopo, il 27 dicembre 2004, senza che la compagnia fornisca ai passeggeri alcuna spiegazione del ritardo. Circolano voci su diritti aeroportuali che Alitalia non avrebbe pagato. I passeggeri stranieri giurano che non voleranno mai più con la nostra compagnia di bandiera. Io mi sforzo di dormire allungata su quattro sedili della sala dei transiti.&lt;br /&gt;La donna è dietro di me. Come me, aspetta che il vigile faccia segno di fermarsi al fiume in piena di taxi gialli che con i loro continui colpi di clacson informano il mondo della loro esistenza. &lt;br /&gt;Di lei percepisco solo una forma. Nera, un velo nero lungo fino ai piedi, ampio sulle maniche, che le copre i capelli, la bocca e il naso. La fessura da cui si potrebbero intravvedere gli occhi e coperta da un paio di occhiali da sole a specchio. Velo e occhiali trasformano la donna in una cosa. &lt;br /&gt;Percepisco che lei mi sta guardando. Anch'io la guardo. Con la coda dell'occhio, la guardo. Ma di lei non vedo nulla. &lt;br /&gt;Lei mi vede, io no. &lt;br /&gt;Mi sento nuda.&lt;br /&gt;La Siria è un paese in cui quello che conta veramente è sempre situato dalle spalle in su. Dalle spalle in giù, si assomigliano tutti. Sacchi informi coprono forme. I colori predominanti sono il grigio, il marrone, il beige, il nero. Raro il bianco. Il rosso è confinato alle kefiah, che uomini di tutte le età indossano sul capo, in fogge diverse, fissate da un cerchio di cordone nero. Un cerchio morbido portato come la corona di spine del Cristo.&lt;br /&gt;Dalle spalle in su si coniugano i segni delle appartenenze. Il velo femminile, per esempio, si esprime in forme molteplici. Corrispondono ai gradi di fede? A questa o a quella corrente scismatica dell'Islam? Mi mancano i codici per capire. Mi limito allora a registrarne le fogge.&lt;br /&gt;Si passa dai veli neri che coprono totalmente il volto e il corpo, senza permettere spiragli di sorta (le mani fuoriescono dai veli, guantate di nero), a quelli che lasciano una fessura per gli occhi, ai foulard legati stretti sotto il collo. Questi ultimi, a volte, sono sovrapposti in maniera civettuola. Uno, due, tre foulard di tinte degradanti, nero, beige, bianco sistemati a correggere le rotondità di un viso, l'ampiezza della fronte. Alcune ragazze portano veli di tessuto elastico, lavorati a maglia, all'uncinetto, che scivolano su una spalla a formare una treccia di lana. Poche le donne svelate. Qualche turista. E le cristiane. Alcune cristiane, mi dicono, portano anche loro il velo. Le altre, quelle che invece esibiscono capigliature striate dai colpi di sole, abbondanti capigliature arricchite da cotonature anni '60, eccedono pesantemente nel maquillage. Assomigliano alle ragazze dei quartieri popolari di Marsiglia. Non sono belle. Bocche rossissime, occhi bistrati, ciglia finte e chili di monili sberluccicanti. Mi chiedo se, da parte loro, sia una forma di reazione, o se conciarsi in quel modo soddisfi canoni di bellezza mediorientali che prediligono l'eccesso.&lt;br /&gt;Perdo la donna in nero e occhiali fumé in un mare di donne in nero che passeggiano sotto le arcate del souk di Damasco.&lt;br /&gt;Il souk di Damasco assomiglia stranamente alla galleria Vittorio Emanuele a Milano. L'arteria principale che porta direttamente alla grande moschea degli Omayadi, situata al centro della città vecchia, è coperta da un tetto arrotondato in ghisa e lamiera. Di giorno si intravedono dei buchi da cui filtra la luce del sole. Qualcuno mi dice che sono i segni dei proiettili sparati dagli elicotteri quando nel 1982 il presidente Assad fece i raid che in Siria massacrarono più di 35mila persone. Volevano scongiurare il pericolo islamista, mi spiegherà dieci giorni dopo, Abu Jaber, il mio autista siriano. E aggiunge: "Assad, ha fatto bene. Se non l'avesse fatto, la Siria sarebbe diventata come l'Algeria."&lt;br /&gt;Nel souk alle 8 di sera, chiudono le botteghe e si apre lo spazio dei mercanti selvaggi. Per terra, alla luce delle candele o delle lampade a petrolio, si vendono tute da ginnastica, reggiseni, calzetti cinesi, saponi, olive, pistacchi, portafogli, giubbotti di nylon. Circolano le bicilette degli arrotini e le biciclette, dotate di fornelli, dei cucinatori di arachidi. Da queste ultime, attraverso un altissimo tubo di latta fissato al manubrio, fuoriesce fumo grigio.&lt;br /&gt;La spianata di fronte alla moschea degli Omayadi è vuota, buia e bianca. Alcuni uomini giocano a backgammon seduti sotto il portico riservato ai pellegrini.&lt;br /&gt;Ci perdiamo nel dedalo delle stradine del souk alla ricerca della Jabri House. Che troviamo per caso, dopo mille giravolte.&lt;br /&gt;Sulla guida è consigliata tra i luoghi di ristoro a prezzo medio. Non appena entro decido che sarà quello il mio punto di riferimento damasceno. Un palazzo del settecento con una corte interna. Sembra di stare all'interno di un palazzo veneziano. Si mangia nella corte che in occasione dell'inverno viene coperta da un immenso telone. Una signora senza velo mi consiglia di ordinare la zuppa di ceci all'olio d'oliva. E' deliziosa. Sul fondo galleggiano pezzi di carne morbidissima, grassa come piace a me. &lt;br /&gt;Non tutti vengono al ristorante per mangiare. Gruppi di amiche velate ci vengono per giocare a carte o a backgammon. Lo stesso fanno le coppie. Cristiani e musulmani. Che pur incrociandosi raramente, visibilmente, si frequentano. Giocano ad una specie di "ciapanò", le coppie, fumando tabacco aromatizzato alla mela da alti narghilé di vetro colorato. Un ragazzo passa da un narghilé all'altro con un cestino d'argento pieno di tizzoni incandescenti. Utilizzando una lunga pinza, anch'essa d'argento, sistema i tizzoni sul fornelletto del narghilé. Riprende vecchi tizzoni oramai freddi e li sostituisce con tizzoni nuovi. Quello del tizzoniere è un lavoro importante e instancabile. Lui, il tizzoniere, non si ferma mai.&lt;br /&gt; Ai gabinetti, bellissimi, antichi, una ragazzina velata che dice di chiamarsi Hoffa mi offre un asciugamano pulito per asciugarmi le mani. Poi mi prende il viso tra le mani e mi bacia. &lt;br /&gt;Rientriamo lentamente all'albergo nella notte. Ho l'impressione che questo sia un mondo dolce. Dolce e sibaritico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'impressione di dolcezza svanisce nella notte alla voce del muezzin. La voce del muezzin, qui, non è una voce registrata. Il muezzin, è un uomo in carne e ossa che prega in diretta. Lo capisco dalla voce. Una voce rauca. Che accenna, a volte, a qualche colpo di tosse. In ogni caso, una voce decisa , esigente. Plana stentorea sulla città e ho l'impressione che si infili nel mio letto. Ho gli occhi spalancati nel buio. Ascolto questa voce/appello con una sensazione di straniamento. Scavo nella memoria e ricordo un'altra notte, tanti anni fa, in cui una voce simile mi sveglia nel buio di una stanza caldissima. Estate 1990, Lombok, Indonesia. Anche là, veli. Tanti veli stretti sotto il mento a formare un triangolo e a incorniciare volti sorridenti di bambine…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non c'è nessuna dolcezza nemmeno nelle donne sciite che si percuotono il petto e lanciano urla e lamenti di fronte alla tomba di Hussein, all'interno della moschea degli Omayadi. Loro, le sciite, le osservo a lungo indisturbata, seduta sul tappeto che copre interamente il pavimento della stanza dove è sepolto Hussein. Hussein, mi sembra di capire, è il marito di Fatima, la figlia di Alì, considerato dagli sciiti il discendente di Maometto. Forse la storia non è come la racconto, ma è quello che mi spiegano a gesti e in un  inglese smozzicato le donne dolenti. Non ho dubbi sull'entità del loro dolore. Piangono veramente, queste donne. Giovani e vecchie, piangono, facendo a gara a chi grida di più, a chi tra di loro fa gocciolare le lacrime più copiose. Mi sembra di assistere ad una sorta di rito isterico collettivo. Gli uomini si colpiscono il petto, pregano ad alta voce, si precipitano contro la grande teca di vetro e oro che protegge la tomba, la baciano, la leccano, la toccano con le mani a piatto, facendosi largo a colpi di gomito. Coperta come sono, da capo a piedi, da un camicione grigio da carcerata irlandese fornitomi prontamente all'ingresso, mi sento come una delle figlie di Maddalena, di quel film di un allievo di Ken Loach che vinse il festival di Venezia due anni fa. Una donna mi intima seccamente di coprire una ciocca di capelli che fuoriesce dal mio cappuccio. Le sorrido, chiedo scusa ed eseguo di malavoglia. &lt;br /&gt;La grande moschea resta in ogni caso un luogo di pace. Il lastricato bianchissimo del cortile interno, i mosaici dei pavimenti, le donne in nero che sembrano fluttuare su un mare bianco, un'eleganza nei gesti che mi sorprende, i grandi tappeti persiani che coprono l'interno della moschea, la cui pianta è esattamente quella della cattedrale bizantina che sorgeva al suo posto e che a sua volte era stata costruita sulle vestigia del Tempio romano di Giove di cui resta una parte del frontone, tutto, nell'insieme, invita alla sosta. Mi siedo per terra contro una delle grandi colonne che sostengono la navata centrale. Famiglie intere, nugoli di bambini rendono omaggio alla tomba di Giovanni Battista, venerato nell'Islam come saggio profeta. Un giovane mullah, in grigio e bianco, occhialini da intellettuale e barba ben curata, tiene una lezione di corano ad un gruppo di uomini inginocchiati attorno a lui che si piegano ritmicamente battendo la fronte contro il pavimento. Dalle grandi finestre colorate filtra una calda luce obliqua. &lt;br /&gt;Potrei restare ore seduta ad osservare questo mondo strano ed invece esco, pentendomi subito della scelta. Mi riprometto di tornare alla moschea. &lt;br /&gt;Al caffé dietro la moschea incontro un mio studente di Scienze Politiche. Sta facendo il suo stage annuale all'ambasciata francese di Beirut ed è in visita a Damasco con alcuni amici. Mi piacerebbe trascorrere più tempo con lui, farmi raccontare della sua esperienza, ma lui è di fretta. La sera ha un appuntamento ad Aleppo. Ci salutiamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La pianta del souk di Damasco è logica e dacilmente comprensibile. Riprende la geometria delle strade romane, il cardo e il decumano, su cui si articola. Una strada principale diritta e tanti bracci che si diramano a destra e a sinistra. Tre Bab, o porte di ingresso, ne permettono l'accesso su tre lati. &lt;br /&gt;Nella parte più estrema del souk vi è il quartiere cristiano. Il passaggio dal souk arabo ai quartieri cristiani è sottolineato dalla moltitudine di croci, romane e ortodosse, che ornano i portoncini, sono dipinte sui muri, troneggiano al neon sul campanile delle chiese. Le chiese sono brutte e moderne. Più condomini che chiese, hanno cortili interni cementati e disadorni, qualche altalena ad attirare i bambini, aiuole lasciate andare. &lt;br /&gt;Scendiamo nel sotterraneo della cappella armena dedicata ad Anania. Non so chi è Anania, ma lo scopro presto visitando una galleria di quadretti naif che raccontano la vicenda di Saul/Paolo che ricevette l'illuminazione sulla via di Damasco. La ricevette, ora lo so, da Anania che ponendogli le mani sugli occhi lo liberò dalla cecità. I quadretti sono accompagnati da didascalie ingenuamente antisemite. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fuori dal souk c'è la città moderna.&lt;br /&gt;La Damasco moderna è un infinita distesa di immbili dall'aspetto precario, ingrigiti dai fumi che fuoriescono dai tubi di scappamento delle automobili. Un parco macchine che farebbe la felicità dei collezionisti d'auto d'epoca. Mercedes, Daimler, vecchie Ford decapotabili si alternano ai taxi gialli di produzione giapponese. Un Hispano Suiza bianca è parcheggiata nel quartiere cristiano. Il giallo dei taxi assieme al rosso bordeaux di molte Mercedes anni 50 costituiscono le uniche dicromie capaci di interrompere il beige/grigio monocromo dell'agglomerato urbano. La collina che sovrasta Damasco è interamente coperta di immobili che hanno l'esatto colore della sabbia di cui è composta la collina stessa. Di notte, sembra la Betlemme dei presepi. Una distesa di lucine che scendono a valle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PALMIRA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'autobus che ci porta a Palmira è un autobus di linea lussuoso a suo modo. Oltre al pilota, vi è uno steward indaffaratissimo a distribuire sacchetti per raccogliere il vomito, salviette profumate, bicchieri di carta. Ogni tanto distribuisce ai passeggeri dell'acqua fresca da una tanica di plastica. Sul televisore passa un film, uno di quei film ingenui che guardavo all'oratorio dei frati quand'ero piccola. Non c'è bisogno di capire l'arabo per afferrare la storia: un uomo, accecato dall'ambizione, per raggiungere i suoi scopi schiaccia coloro che gli stanno attorno e per questo alla fine subisce una dura punizione. &lt;br /&gt;Guardo il film e il paesaggio monotono che scorre fuori dal finestrino.&lt;br /&gt;Da Damasco a Palmira sono 3, 4 ore di corriera e il paesaggio resta costantemente lo stesso. Una catena montagnosa sulla destra e uno sterminato deserto di sassi sulla sinistra. Qua e là, le tende dei beduini. Innumerevoli greggi di capre a destra e a sinistra della strada. &lt;br /&gt;Nella corriera nessuno si parla. Regna un ordine giapponese. Niente a che fare col disordine e il vociare del maghreb. I siriani sembrano essere persone estremamente riservate. Claudio sostiene che in una dittatura come quella che vige in questo paese nessuno osa parlare perché non c'è niente da dire. E quello che si vorrebbe dire non lo si può dire.&lt;br /&gt;La presenza costante di spie, descritta nella guida, la sperimento alla stazione delle corriere in partenza da Damasco. Nell'attesa scatto alcune foto. Me le chiedono, le foto, un netturbino, un signore che viaggia con la nipotina e un soldatino. Si mettono sull'attenti davanti all'obiettivo. Io scatto e loro, chissà perché, ringraziano. Neanche un minuto dopo, un uomo baffuto mi fa segno di seguirlo. Faccio finta di non capire. Lui indica la macchina fotografica e ribadisce a gesti il fatto che devo seguirlo. Gli dico di no. Che non lo seguo. Che non so chi è. Che non ha nessun segno distintivo di autorità. E gli giro le spalle sperando che la storia finisca là. Lui discute accanitamente con un capannello di gente che si forma attorno a noi. Se ne va e torna con altri tre uomini. Vedo che indica loro la mia macchina fotografica. Io sorrido ai nuovi arrivati e mostro loro le fotografie che ho scattato sullo schermo digitale. I nuovi arrivati sono più morbidi. Mi intimano di riporre la macchina e mi spiegano a gesti che è vietato fotografare in una stazione delle corriere. Mi scuso. E la cosa finisce là. Lo spione, che soprannominiamo Zecchinetta, come lo spione del romanzo di Sciascia, se ne va scuotendo la testa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Palmira, che qui chiamano Tadmor, veniamo scaricati dalla corriera in mezzo ad uno stradone lungo e vuoto che taglia in due il deserto. A qualche chilometro si scorge la città. L'autista della corriera dice che è quella la fermata di Palmira. Poi riparte sgommando. Siamo subito preda di un albergatore solerte (guarda caso la fermata è proprio di fronte al suo albergo, l'unico fuori città) che ci propone i suoi servigi. Camera con vista sulle rovine e prima colazione a 10$. Decliniamo l'offerta più per spirito di contraddizione che per altro e ci incamminiamo verso la città. Un minibus si ferma immediatamente e ci offre un passaggio fino al centro. Non vogliono soldi. Ridono. E ci offrono dei datteri. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La visita alla città morta di Palmira la facciamo in due tappe. Al pomeriggio e l'indomani mattina. Un paio di corriere granturismo scaricano due gruppi di italiani sul sito. Una signora italiana in tacchi alti è scontenta. Dice che di vestigia del genere è piena l'Italia. Penso a mia madre. Sarebbe lo stesso commento che avrebbe fatto lei, penso. Un commento che non può essere dettato altro che dalla gelosia perché Palmira è incredibile. Enorme, estesa e intatta. Percorro la strada romana in mezzo ad alte colonne di granito rosa che portano fino al tempio. Dopo pochi metri il gruppo di turisti è solo un ricordo. Siamo soli al teatro romano, soli al tempio, soli alle tombe che hanno la forma degli ziggurath. &lt;br /&gt;La mattina presto, l'indomani, il cognato dell'albergatore ci trasporta sul cassone di un Ape imbandierato e colorato come se dovesse sfilare a carnevale, in cima alla collina che domina le rovine e su cui Fakhr – en – Din, nel XII secolo aveva costruito la sua roccaforte. Scendiamo a piedi lungo un sentiero. Sotto di noi possiamo capire a che punto questa città persa in mezzo al deserto fosse immensa e importante. Era importante già prima che al potere arrivasse la regina Zenobia. Flavio Giuseppe racconta che l'aveva fondata Salomone. Altri raccontano che Palmira era una babele di lingue. Aramaici, egiziani, ebrei, arabi, greci. Tutti passavano e si fermavano a Palmira per la ricchezza della sua oasi, che vediamo polverosa sullo sfondo, e per i suoi vini, i suoi broccati, i suoi vasi fenici e le sue spezie. Zenobia governa la città nel III secolo, conquista Ankara, Antiochia, apre la città ai cristiani e ne nomina vescovo, Paolo, san Paolo. Così facendo minaccia il potere di Roma che pure l'ha fatta regina…chiede troppo, osa troppo. I tempi di Bisanzio non sono ancora maturi. &lt;br /&gt;E' Aureliano che la sconfigge e pare che per ritorsione Zenobia abbia dato ordine di bruciare la città. La fine definitiva di Palmira la dobbiamo a Tamerlano che la mette a ferro e fuoco nel 1401.&lt;br /&gt;La Palmira moderna, la città/villaggio che sorge a qualche chilometro delle rovine, non testimonia in nessun modo dell'antico fasto dei luoghi. Una strada dritta, semideserta, nessuna donna per strada. Un villaggio monocromo che sembra abitato unicamente da uomini. Non vedrò mai una donna a Palmira, se non qualche turista occidentale che staziona nel ristorante/bar che si affaccia sulla strada principale. Non è il solo della città, ma il suo proprietario ha capito la mentalità del turista occidentale. Tappeti coloratissimi alle pareti, alcuni computer con l'accesso Internet, cuscini e sorrisi fan sì che tutti gli occidentali trascurino il cupo ristorante di fronte e si ammassino ai tavoli di questo posto che offre piatti semplici a prezzi salatissimi. &lt;br /&gt;Nel retro del ristorante, il padrone tenta di vendermi un biglietto di banca iracheno con l'effigie di Saddam. 2 dollari mi dice, cheap price. Declino l'offerta.&lt;br /&gt;Un ragazzo tedesco pedala verso Istanbul su una bicicletta carica di borse. &lt;br /&gt;Incontriamo due ragazze di Ancona già conosciute sull'aereo. Sono felici, eccitate dal viaggio, già innamorate del paese. Ci salutiamo la sera sapendo che da qualche parte ci ritroveremo ancora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DER ER ZOUR/DOURA EUROPOS&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Der er Zour, la città dove non c'è niente da vedere, ci arriviamo in corriera il pomeriggio del 31 dicembre. E' venerdì. Tutte le botteghe sono chiuse e la città è deserta. Facciamo un salto al museo all'ora di chiusura. Dicono che sia uno dei più bei musei della Siria. Ci siamo solo noi. Un signore in djellabah ci accoglie sciabattando. Ci fa capire che è tardi, che lui vorrebbe andarsene a casa visto che non c'è nessuno al museo. Poi accetta sorridendo di farcelo visitare e ci accompagna discreto da una sala all'altra, indicando col dito quelle teche sulle quali, a suo avviso, mi sono soffermata troppo poco. In un'urna funeraria di terracotta vi è lo scheletro di quella che doveva essere stata una ragazza. Attorno alle ossa dei polsi e a quelle del collo, monili in oro. Lui, il guardiano, ci tiene particolarmente a questo reperto. Mi accende la luce perché lo guardi meglio. Mi indica i braccialetti e anche una ciocca di capelli rimasta miracolosamente attaccata alle ossa del cranio. Io mimo stupore estasiato. Sembra contento di avermi mostrato la sua ragazza.&lt;br /&gt;La sera cerchiamo un ristorante al di là dell'Eufrate che taglia in due la città. I francesi ci hanno costruito un ponte pedonale che assomiglia al ponte di Brooklyn. Impieghiamo un tempo infinito a raggiungere il ristorante sull'altra riva dell'Eufrate. Lungo il ponte coppie di ragazzi guardano l'acqua nera che scorre veloce sotto i piloni. Non si riesce a capire quanto sia largo questo fiume finché non si cerca di raggiungere l'altra riva. 500 metri, un chilometro, forse. Ripassiamo più volte sul ponte alla ricerca di un ristorante che non c'è.&lt;br /&gt;Che sia il Mekong, il Nilo, il Mississippi, o l'Eufrate, certi fiumi fanno parte del mio immaginario, quello mitico, quello esotico. E passeggiare lungo le rive dell'Eufrate, l'ultima notte del 2004, mi emoziona.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Der er Zour è una tappa verso la frontiera con l'Irak, verso Mari e Dora Europos. Ci arriviamo con uno dei migliaia di minibus che percorrono in lungo e in largo le strade siriane. Ci si mette sul bordo della strada, si fa segno al primo minibus che passa, si annuncia la destinazione e se il minibus va proprio per di là allora si sale. Accanto a me siede una signora coperta da un lungo velo nero che si mette in bocca senza sosta dei pistacchi e poi ne sputa fuori la buccia. Nel minibus nessuno ci guarda, nessuno sorride, nessuno parla. Dopo circa un'ora la signora accanto a me tocca con la mano il foulard che mi sono messa in testa e mi fa segno di regalarglielo. Mi metto a ridere e le dico di no! Che è l'unico che ho e che serve a me. Un uomo si volta e le fa segno di tacere. Nella frase che lui le rivolge in arabo intuisco la parola "american". "No american", facciamo scuotendo la testa. "Noi, Italia!". Subito l'atmosfera nel minibus è più distesa. A gesti e con qualche smozzicata parola in inglese l'uomo ci chiede dove stiamo andando. Dora Europos, gli dico e mi rendo conto che quel nome a lui non dice proprio nulla. Tiro fuori la carta dallo zaino e gli mostro dove vogliamo arrivare. Allora lui capisce e ci fa segno di non preoccuparci. Quando arriveremo, ce lo dirà lui. La signora vuole vedere la carta. Gliela metto sotto gli occhi. Le indico con le dita Damasco, Aleppo, l'Irak. Lei guarda, non capisce ma fa finta di capire, e quando dico Irak si tocca il petto. "Tu, Irak?" le chiedo. Lei dice di sì. Si tocca il petto più volte, ogni volta pronunciando "Irak, Irak". L'uomo ride. Le parla in arabo e capisco che la sta prendendo in giro, le sta dicendo che è inutile che lei guardi la carta tanto di carte non ci capisce nulla. Lei non si lascia fare e continua a chiedermi di mostrarle la carta. E ad ogni nome fa un cenno di assenso. Poi guarda dritto l'uomo in faccia con fare sprezzante. Le disegno una carta del mondo sul mio diario. L'Irak, la Siria, la Palestina, il mar Mediterraneo dove ci metto pure una barchetta, e lo stivale dell'Italia. Lei fa sì con la testa, sempre più ignara e sempre più convinta. L'uomo non la smette di ridere. Tutti, nel minibus, ridono. Tutti. Tranne io e la signora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lungo la strada che porta alla frontiera con l'Irak non c'è l'ombra di un soldato, l'ombra di un posto di blocco. Mi sembra di scorgere il profilo di alcuni cannoni antiaerei in cima ad una collina. E' un attimo. La strada svolta leggermente e non li vedo più. &lt;br /&gt;Di colpo, in mezzo al nulla, il minibus si ferma e i passeggeri ci fanno cenno di scendere, sorridendo.&lt;br /&gt;Siamo arrivati. Fermi, a piedi, in un deserto di sassi. Lontano a qualche chilometro individuiamo la sagoma di quello che sembra essere un castello di sabbia. Una castello di sabbia di quelli che i bambini costruivano sulle nostre spiagge. Ci avviciniamo a piedi. Doura Europos, una delle più grandi città dell'antichità. Di Doura, non restano oggi che le mura rosse, coperte fino a metà dalla sabbia del deserto. All'interno indoviniamo i perimetri delle case, dei templi, dei teatri. In piedi, oltre alle mura che chiudono la città, non è rimasto nulla a Doura Europos. Camminiamo in mezzo all'immensa distesa di perimetri rossi rinunciando persino ad immaginare che cosa dovessero essere. A poche centinaia di metri, nell'unico lato privo di mura, scorre l'Eufrate. Lungo le rive, alti canneti. L'acqua scorre lenta. Si cammina su cocci di statuette, di anfore, di vasi di terracotta. Ne raccogliamo qualcuno e ce lo portiamo via per ricordo. &lt;br /&gt;Al ritorno, non appena ci posizioniamo lungo la strada con l'intenzione di fermare un minibus, siamo raggiunti da un beduino che abbandona il suo gregge di capre per darci il benvenuto. Ci chiede, a modo suo, a gesti e a parole smozziche, se siamo americani (questa degli americani capisco che sta diventando un'ossessione). Ci affrettiamo a fare segno di no con la testa e allora lui sorride e fa la V di vittoria con le dita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al ritorno a Der er Zour, ci fermiamo a mangiare uno shawarmah in una piccola trattoria lungo la strada principale. I nostri vicini di tavolo, due ragazzi e un bambino, parlano inglese. Ci invitano al loro tavolo e cominciamo a chiacchierare. Mezit, è professore di inglese alle medie. L'inglese lo parla malissimo, ma è contento di averci al suo tavolo. Non mangia. Non mangia nemmeno il bambino e l'altro ragazzo. Ci dicono che è un onore averci al loro tavolo ed è per questo che non mangiano. Per approfittare al massimo del tempo che passiamo con loro. &lt;br /&gt;Mezit vorrebbe partire, mi dice. Vorrebbe andarsene dalla Siria per qualche tempo. Sogna l'Europa, sogna Londra. Gli dico che su Londra vi sono dei voli lowcost e che può tentare di mettere via dei soldi e partire. Lui mi dice che la sua famiglia non sarebbe d'accordo. Che poi, gli inglesi, gli europei, lui lo sa, odiano gli arabi. Che la sua famiglia pensa che lui correrrebbe un rischio immenso ad andare in Europa. Il suo amico mi chiede se secondo me Mezit potrebbe trovare una sposa europea. Mezit si scherna. Mi dice, brutto come sono, e arabo per di più, chi vuoi che mi voglia? Cerco di rassicurarlo. Gli dico che lui assomiglia a mio figlio, il quale è bellissimo e sempre pieno di morose. Lui sorride. Davvero? mi chiede…Lo credi davvero? Poi mi chiede che ne pensiamo di quello che succede in Irak. Ci affrettiamo a rassicurarlo sui nostri sentimenti antiamericani, ma lui ci corregge. Ci dice che sono i governanti in America a comportarsi male. Ma, il popolo, lui dice, il popolo americano non è cattivo. E aggiunge che ogni volta che afferma cose del genere finisce sempre a pugni e lui se le prende regolarmente. Gli lascio il mio mail e il mio numero di cellulare. I suoi SMS affettuosi mi accompagneranno per tutto il soggiorno.&lt;br /&gt;Li ho conservati. Sono nella memoria del mio telefonino. "Have a nice day", "May i write you a SMS sometimes?", "I love Italy, I love you both". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ALEPPO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il viaggio fino ad Aleppo è lungo. 6 ore nella solita corriera di linea che trasmette i soliti film parrocchiali e dispone del consueto steward che distribuisce acqua dalla consueta tanica nei soliti bicchieri di plastica. L'unica variante è una sosta, all'ora della preghiera, per permettere all'autista e ai passeggeri di compiere il loro dovere di buoni musulmani.&lt;br /&gt;Fuori dal finestrino un paesaggio monotono. Deserto di sabbia e sassi, interrotto da villaggi grigi di cemento con case mai finite. Nessun colore, in Siria, interrompe la monocromia dei grigi e dei beige.&lt;br /&gt;Ci fermiamo nei pressi di un grande caffé disadorno. Molti passeggeri si precipitano a mangiare un piatto di kebab o a bere una tazza di té. Io mi siedo ad un tavolo vicino ad un ragazzino che avevo già notato al momento di salire sull'autobus. L'aveva accompagnato il nonno, un parente, quantomeno, e l'aveva stretto e baciato sul predellino della corriera. Il ragazzino si era schermito, visibilmente imbarazzato dall'effusione.&lt;br /&gt;Mi rivolge subito la parola in un francese perfetto. Sono stupita della padronanza che ha della lingua, ma lui mi spiega che è di origine siriana, per parte di padre, e algerina per parte di madre, ma è nato e vissuto a Rennes. Cosa ci fa in Siria? Studio l'arabo, mi dice. Ho scelto di fare un anno di liceo qui, prima di rientrare in Francia perché non parlo l'arabo, mi ha detto. E voglio conoscere da dove viene mio padre. Poi ride e dice…da dove vengo io. E lei? mi chiede. Come mai in Siria? Non so cosa dire. Mi sembra troppo semplice rispondere: così, tanto per fare un viaggio. E poi non è del tutto vero. La Siria ha sempre fatto parte del mio immaginario. Aleppo che commerciava con Venezia. I commercianti veneziani che rientravano dalle loro scorribande marine carichi "…di sete e di tessuti damascati"…Gli parlo allora di Venezia, di Venezia e l'Oriente, gli racconto S. Marco, gli armeni, e le navi veneziane che a San Giovanni d'Acri attendevano le carovane da Aleppo, Damasco, Bagdad…&lt;br /&gt;L'autista dell'autobus strombazza chiamando a raccolta i passeggeri. Ha pregato, e con lui altri hanno pregato in una saletta appartata sul retro del caffé. Il ragazzino mi dice: peccato, mi sarebbe piaciuto continuare a parlare con lei…se vuole, ad Aleppo, posso darle una mano a cercare il suo albergo.&lt;br /&gt;Lo saluterò appena alla discesa dell'autobus. Lui è fermo sotto la pensilina in attesa di rendersi utile. Gli chiedo se vuole condividere lo stesso taxi che ci porterà all'albergo. Lui ringrazia, sorride, ci augura di trascorrere un buon soggiorno in Siria e se ne va.&lt;br /&gt;Ad Aleppo scegliamo di dormire in un'antica casa damascena all'interno del souk.&lt;br /&gt;La camera è arredata con mobili intarsiati e tappeti alle pareti. Di fronte alla camera un salottino di cuscini e un tavolino con una piatto sempre colmo di datteri freschi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il souk di Aleppo è quasi interamente coperto. Si scivola sul selciato formato di larghe pietre nere lucidate dai piedi di chi le ha calpestate per secoli, dagli zoccoli degli asini, dalle ruote dei carretti. Nella zona dove vendono i saponi si scivola ancora di più. &lt;br /&gt;Il sapone di Aleppo è un sapone semplice a base di olio d'oliva e di alloro. I negozianti lo espongono impilando i mattoncini di sapone in ardite piramidi verde-marroni. Assieme ai saponi vendono anche corna di montone, pesci palla, pipistrelli seccati, scheletri di marmotte, e un'infinità di spezie che coprono tutte le tonalità che dal marrone del cumino, passando per il rosso del curry, arrivano al giallo degli zafferani.&lt;br /&gt;Pochi sono i negozianti che fermano il turista per sollecitarlo ad acquistare. Un'atmosfera rilassata, un via vai di donne velate, bambini, uomini in djellabah, un fiume di gente, carretti, asini infiocchettati.&lt;br /&gt;Entro in una boutique per toccare la consistenza di alcune sciarpe colorate e dietro la pila delle sciarpe in questione, incollate al muro, vi sono le riproduzioni di alcune vecchie foto e ritratti di Oscar Wilde. Oscar Wilde, dico ad alta voce, stupita. Il ragazzo di bottega mi guarda, si mette a ridere, poi indica un tipo dall'età indefinita che siede nel negozio bevendo il tè e fumando il narghilè. E' mio zio, mi dice in inglese. Ed è frocio come una foca. Lui, lo zio, sorride e mi chiede se sono italiana. E' simpaticissimo. Ha le mossette delle vecchie checche impenitenti. Un sarcasmo feroce. Passa una donna inglese di fronte al negozio. Lui mi strizza l'occhio e mi dice: La guardi…nonostante il restauro facciale assomiglia stranamente a Cossiga…il vostro presidente, mi fa, quello col tic. Poi si dedica a Claudio, gli promette notti sibaritiche, lo vuole iniziare agli amori omosessuali. Ci racconta che Aleppo è una città libera, che più libera non si può. Passa una donna in nero. Per esaminare la merce solleva il velo che le copre gli occhi ed esamina il colore delle stoffe da sotto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un pomeriggio lo trascorro interamente all'hammam. L'hammam di Aleppo, uno dei rari hammam riservato per qualche ora alle donne, è superbo. Pare che risalga al XIV secolo e che sia esattamente com'era all'epoca.&lt;br /&gt;Non so come comportarmi all'hammam, ho scordato il costume da bagno. Mi denudo? Mi tengo le mutande, la maglietta? Una ragazza, all'ingresso mi indica un piccolo soppalco che si affaccia sulla prima immensa sala a volta. In mezzo, un'enorme fontana. Tutto attorno alle pareti, divani, cuscini, palchi e palchetti. Donne seminude di tutte le età fumano, mangiano, chiacchierano e bevono il tè, avvolte in grandi asciugamani bianchi. Mi spoglio, resto in mutande e maglietta, e mi avvolgo nel pareo a righe bianche azzurre che mi offre una delle inservienti. In ciabatte e pareo, passo nelle altre sale. Un labirinto di sale, nicchie, salette più piccole, grandi spazi. Più si avanza, più aumenta la temperatura. Nelle ultime sale si intravvedono appena delle sagome che emergono dal vapore. Mi avvicino ad una vasca piena di acqua calda e comincio ad aspergermi con una vaschetta d'alluminio. Dispongo di un sapone, di una vaschetta e di una spugna di crine. Le donne sono seminude. Alcune in sottoveste, altre in mutande, altre ancora in bikini. Chiedo ad una signora anziana se posso spogliarmi del tutto e lei mi dice che il seno lo posso mostrare, ma nient'altro…non sarebbe conveniente, mi spiega a gesti, e poi le altre si metterebbero a sparlarmi dietro. Indovino, da questa frase, un gineceo di pettegolezzi, un mondo a parte, storie.&lt;br /&gt;Pian piano, attraverso il vapore, emergono tavole imbandite di frutta, verdura, carne. Le donne siedono sul pavimento di marmo a mosaico che assomiglia a quello della basilica di San Marco sbucciando mandarini o sgranocchiando pistacchi.&lt;br /&gt;Da una sala all'altra si sente ridere, cantare, gridare. A tratti, qui è la, risuona quel grido strano che fanno le donne arabe e su cui si chiude il film La battaglia di Algeri. Finora l'ho sempre considerato un grido di battaglia. All'hammam assomiglia di più ad un gioioso rito collettivo. Pian piano le donne si avvicinano. Mi offrono mandarini, mi offrono spiedini di carne arrostita. Ringrazio e declino l'offerta. Ma come faranno a mangiare in mezzo a tutto quel vapore? Una ragazza si avvicina e si offre di lavarmi i capelli. Mi siedo a gambe incrociate sul pavimento. Lei si siede accanto a me ed inizia un'infinità serie di insaponamenti, strigliate e risciaqui. Un'altra interviene. Mi massaggio le gambe con la spugna di crine. Me le massaggia forte. Fortissimo. Esco dall'hammam con le gambe tutte rosse.&lt;br /&gt;Nella prima sala, avvolta anch'io in due grandi asciugamani bianchi bevo il tè e mi fumo una sigaretta. Una ragazza che occupa il mio stesso soppalco, una ragazza bionda e dai bei lineamenti alteri, mi racconta che suo padre ha studiato ingegneria a Perugia. Che le insegna ogni tanto un poco di italiano. Mi sciorina tutte le frasi che ha imparato e poi mi dice che lei studia l'inglese ad Aleppo perché spera, un giorno, di poter andarsene via.Vorrebbe studiare all'estero, magari in Italia, mi dice, ma suo padre non glielo permette. Mi dice che loro hanno un'altra educazione. Un'educazione diversa dalla nostra. Che suo padre non si fida di lasciarla andare da sola in Italia. Le lascio il mio mail, dicendole che se vuole posso informarmi sulle borse di studio presso la nostra università. Sarebbe un sogno, mi fa…poi, mentre me ne sto andando, mi bacia leggermente sulla guancia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Del quartiere cristiano di Aleppo conservo pochi ricordi. Il quartiere è abitato ancora oggi dagli ortodossi, dagli armeni, dai circassi. E' un quartiere più borghese, nettamente più borghese del souk. In una piazzetta chiusa da edifici che ricorda i campielli veneziani mi faccio lucidare gli stivali da uno sciuscià locale che fa schioccare lo straccio ad ogni colpo che dà sulla scarpa. I migliori ristoranti di Aleppo sono concentrati in questo quartiere. Sissi, per esempio, o la Yasmeen House. A mezzogiorno mangiamo da Al Koumma. Qua e là, salette riservate a gruppi di siriani benestanti in giacca e kefiah rossa che mangiano seduti a terra attorno ad una tavola bassa.&lt;br /&gt;Per onorare una promessa fatta a Patrick, un amico francese,una mattina inizio a cercare la tomba di Jakimanski. Jakimanski è il bisnonno di un amico ortodosso di Patrick. Di Jakimanski so che era stato un diplomatico russo, che aveva vissuto ad Aleppo e che era morto negli anni 30 in questa città. Patrick, a Natale, mi aveva detto che aveva sempre desiderato andare ad Aleppo a cercare la tomba di Jakimanski. La cercherò per te, gli ho detto.&lt;br /&gt;La zona dei cimiteri cristiani non è facile da trovare. I taxisti, che in linea di massima, conoscono pochissimo gli indirizzi e si orientano piuttosto in base a riferimenti eterodossi (il panificio che fa le baguette, la chiesa dove è andato il Papa, il bar dove ci sono i computer) non sanno dove si trovano i cimiteri cristiani. Un taxista più intraprendente accetta di accompagnarci e inizia un'indagine a tappeto fermando l'automobile ad ogni passante che la affianca. Da un cristiano incontrato il giorno prima in un caravanserraglio sappiamo che ad Aleppo tutti i cimiteri cristiani sono concentrati a nord della città. Cerchiamo di indicare al taxista almeno il polo nord, ma la conversazione è praticamente impossibile. Lui ci parla in arabo. Non la smette di chiacchierare nella sua lingua. Io rispondo in inglese, in italiano, in francese. Percorriamo lunghe arterie commerciali tutte uguali divagando tra lingue reciprocamente incomprensibili, costeggiamo alcuni parchi polverosi, l'università, la zona degli uffici governativi, e di colpo ci troviamo in periferia. Una strada lunga che sembra sfociare nel nulla attraversa decine di cimiteri chiusi da alti cancelli di ferro. Il taxista ci scarica di fronte ad uno di questi cimiteri. Un guardiano in djellabah ci apre il cancello e ci indica una zona di tombe dove secondo lui potrebbe esserci lo Jakimanski. Sono tombe ortodosse, con i cognomi scritti in carattere cirillico. Confronto i nomi incisi sulle lapidi con il nome che mi ero premurata di ricopiare in cirillico sul mio quaderno di viaggio. Percorriamo i vialetti che separano le tombe, avanti e indietro. Puliamo le lapidi coperte di terra o di muffa. Non c'è traccia di Jakimanski. Su una lapide una fotografia ingiallita di un ragazzo e una ragazza entrambi con un violino in mano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;RITORNO A DAMASCO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lasciamo Aleppo la mattina presto di un freddo giorno di pioggia. Abu Jaber ci farà da tassista per tre giorni. Non è semplice, infatti, raggiungere il castello del Saladino o il Krach dei Cavalieri. Ci si inerpica per stradine di montagna senza alcuna indicazione in caratteri latini. In altro, a 1400 metri troviamo la neve. Neve fresca caduta durante la notte. &lt;br /&gt;Di questi tre giorni, più delle imponenti mura delle fortezze crociate, ricordo la città di Apamea, bianca città romana  quasi intatta in cima a colline verdi non lontane da un lago artificiale. Passeggiamo lungo il viale romano. Siamo soli. Noi, le capre e un pastorello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima di rientrare a Damasco ci fermiamo al Monastero di Der Mar Mousa. E' uno strano monastero costruito in cima ad uno sperone di roccia in mezzo al deserto. I monaci hanno costruito dei gradini tagliati nella pietra che permettono di accedervi facilmente. Dal basso si sentono delle voci. Sulla terrazza antistante il monastero quattro o cinque ragazze nordiche con i capelli legati in treccine strette prendono il sole leggendo. Ci raggiunge Frédérique proponendoci un té. Frédérique è un bellissimo ragazzo francese di Lione. Alto, biondo, sorride con dolcezza. Sono due anni che vive al monastero. E sei anni che ha preso gli ordini. Ci racconta che il monastero lo ha fondato una decina di anni fa un gesuita italiano, Paolo. No, loro non sono gesuiti, mi dice, ma Uniati. Possono sposarsi, specifica, ma dipendono sempre dal Papa di Roma. La loro presenza vuole essere testimonianza, continua. Testimonianza della possibilità di convivenza tra le religioni. Loro, ad esempio, praticano il ramadan, assieme ai fratelli musulmani, dice. È una pratica ben vista e ben accetta dalle popolazioni di qui. &lt;br /&gt;La cappella all'interno del monastero è splendidamente affrescata. I colori sono vivaci. Ocra, gialli, rossi. Per terra tanti tappeti, come nelle moschee. Un signore se ne sta disteso accanto ad una stufetta che riscalda la cappella. E' un fratello malato, ci dice Frédérique. Il signore sorride mestamente. Quando Claudio e il monaco escono dalla cappella mi fermo a chiacchierare con lui. Parla bene l'italiano perché ha trascorso due anni in un non ben identificato monastero di Perugia. E' la seconda volta che tenta di farsi accettare a Der Mar Mousa. Ci aveva già tentato una prima volta, tre anni prima. Ma Paolo, il priore, aveva deciso che lui non era ancora pronto. E' libanese, mi dice. E non crede che Paolo lo accetterà nemmeno stavolta. Lo dice come se tra il fatto di essere libanese e il fatto di non essere accettato vi sia un legame che non riesco ad afferrare. Faccio una battuta e gli dico che, magari,  Paolo, i confratelli, li sceglie in base alla simpatia, al feeling e che le convinzioni personali forse contano poco. E` esattamente così, mi confida sottovoce. Lo saluto con l'impressione che quest'uomo scontento cerchi un rifugio, un modo di espiare antichi peccati. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da Melloula, il paese dove si parla ancora l'aramaico e  dove avremmo dovuto fermarci per la notte, fuggiamo dopo neanche un'ora. Le piccole suorine del Monastero di Santa Tecla ci avrebbero ospitato. Avevano voluto la prova che fossimo sposati, inquiete del fatto che nessuno di noi portava la fede. Ma la cella che ci è destinata è gelida, il villaggio spento. Su tutto aleggia un'aria funerea. Riprendiamo in fretta gli zaini e partiamo sul primo minibus che si dirige verso la capitale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La notte del 10 gennaio riprendiamo l'aereo per rientrare a casa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10125839-110760463117753192?l=zenobiaonline.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://zenobiaonline.blogspot.com/feeds/110760463117753192/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10125839&amp;postID=110760463117753192' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10125839/posts/default/110760463117753192'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10125839/posts/default/110760463117753192'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://zenobiaonline.blogspot.com/2005/02/viaggio-in-siria-natale-2004.html' title='VIAGGIO IN SIRIA - NATALE 2004'/><author><name>Chiara Milanesi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13116693221141873377</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://2.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SVnyPNVew8I/AAAAAAAAAvM/sBDwyUEKOmo/S220/s784383329_691524_1586.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10125839.post-110579137284506177</id><published>2005-01-15T13:14:00.000+01:00</published><updated>2005-01-15T13:16:12.846+01:00</updated><title type='text'>Viaggio in Cambogia/Laos/Vietnam 2004</title><content type='html'>Quelli che seguono sono gli appunti che ho preso nel corso di un viaggio a cavallo tra Cambogia, Laos e Vietnam effettuato durante le vacanze del Natale 2003. Tornata a casa li ho ricopiati, aggiungendo qualche indicazione per rendere più evidente il percorso. Poiché non faccio fotografie essendo pessima come fotografa e pigra come persona tento di ricordarmi i luoghi come posso. Non potendo mostrarvi delle foto, dunque, né tediarvi con i miei racconti infiniti, vi invio quanto segue.&lt;br /&gt;Non ci troverete dinamiche di gruppo particolari, perché, per ragioni personali, ho voluto estrarre tutto quanto riguardava la compagnia delle persone con cui ho intrapreso questo viaggio. Ci troverete impressioni. Tante impressioni superficiali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Venerdì 26 dicembre …dall'aereo Parigi/Ho Chi Minh&lt;br /&gt;La storia non cambia granché. Sempre e comunque a farmi vibrare sono i nomi. La compagnia aerea oltre a mostrare decollo e atterraggio in soggettiva, ovvero riprodurre su uno schermo quello che vede il muso dell'aereo - il pilota, credo, spero!, si affidi agli strumenti di bordo - offre ai passeggeri e per tutta la durata del volo il percorso esatto che l'aereo sta compiendo. Per tutta la durata del viaggio sono affascinata dalla carta geografica - verde per le pianure, blù per mari e laghi, marrone per deserti e montagne - e la studio nei dettagli. Sorvoliamo la zona del Mar Caspio, Baku, Tashkent e il mar d'Aral che si intravvede di sbieco. Poi Quetta, Kandahar, Kabul, quest'ultima appena sfiorata. La sagoma dell'aeroplano riprodotta sulla carta si muove a scatti. Si avvicina alle montagne più alte del mondo. L'aereo le lambisce, muovendosi leggermente più a sud. Sorvoliamo Patna e Nalonda, che, a loro volta, sono tra Varanasi e Calcutta. Nomi. Nomi evocativi.&lt;br /&gt;Il percorso che ci porta a Ho Ci Minh, che continuerò a chiamare Saigon, attraversa il braccio di mare che è la Baia del Bengala, sorvola Rangoon per planare poi sul delta del Mekong.&lt;br /&gt;Stranamente stavolta non ho paura di volare. Non so se ha a che fare con il mio personale riconciliarmi con la morte, o col fatto che l'aereo balla pochissimo e soprattutto a ritmo regolare.&lt;br /&gt;Dopo un primo vocio confuso al decollo, ora nell'aereo c'è silenzio. Prima c'era un rumore di eccitazione gutturale. Suoni di lingue che mi ricordano "Il cacciatore", la scena di De Niro che si punta la pistola alla tempia, o la scena del sampan sul Mekong nel film di Coppola. Le hostess vietnamite sono antipatiche, poverine, antipatiche e stanche.&lt;br /&gt;Penso che un tempo i viaggi mi facevano sognare più di quanto non facciano ora anche se guardo affascinata le ragazze che ci servono il caffé in abito lungo rosso bordeaux, i loro gesti graziosi e automatici, e la vecchia, la vecchia seduta dietro a Jean Michel che si è rattrappita e riesce a farsi contenere tutta da due sedili. Non so proprio come faccia ad allungarsi su due sedili, ma lei lo fa. Intuisco che i popoli che incontrerò si accontentano acrobaticamente di poco spazio. Indubbiamente, un vantaggio. La vecchia ha un foulard di nylon trasparente sulla testa e quando si sveglia mi guarda e mi sorride. Non so perché la vecchia mi sorride, né perché io sorrido a lei, non abbiamo più tanti anni di differenza, io e la vecchia, ma lei la chiamo "vecchia" e me invece mi dico "giovande donna", ancora "giovane donna"…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Saigon attendiamo il volo per Phnom Penh. In prossimità della sala dei passeggeri in transito c'è un istituto di bellezza dove praticano il massaggio dei piedi. Sulla chaise longue su cui mi fanno adagiare mi addormento mentre un ragazzo silenzioso e preciso mi massaggia le estremità per un'ora al prezzo fisso di 5 dollari. Scivolo nel sonno pensando che il paradiso, in questi posti lo svendono a prezzi modici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Phnom Penh 28.12.03 - domenica&lt;br /&gt;Ieri sera non riuscivo a dormire. Non riuscivo a dormire perché temevo che le impressioni, le prime, quelle che contano e sono sempre sbagliate, fuggissero via.&lt;br /&gt;L'Africa, per esempio. La sensazione di Africa che mi ha preso non appena sono scesa dall'aereo, anzi quando ancora in volo ho guardato giù e tutto dall'alto sembrava un deserto, un deserto di sabbia punteggiato da palme. Mi aspettavo il verde intenso della vegetazione intricata raccontata nei romanzi e nei film e invece la prima immagine di quella che fu la Cocincina è beige.&lt;br /&gt;All'aeroporto ci viene a prendere Tareth, un amico di Daniel, o meglio, il suo vecchio autista dei tempi in cui a Phnom Penh lui era di casa. Nella ripartizione dei ruoli che venne fatta durante il regime di Pol Pot lui fu guardia. Fu cioè dalla parte indubbiamente sbagliata. Ma lo racconta in modo piatto e senza nessuna traccia di emozione. Pare che qui, in Cambogia, i quaranta/cinquantenni siano ripartiti alquanto disegualmente tra vittime e torturatori. Sono più numerosi i secondi dei primi. Pare. Ed è perfettamente logico perché le vittime, il più delle volte, il loro ruolo l'hanno recitato sino in fondo. &lt;br /&gt;Tuol Sleng, era un liceo, trasformato dai Khmer rossi in centro di tortura e sterminio, e ora in museo del genocidio. Non sono stati i cambogiani a volerlo, pare, ma i vietnamiti. Sono loro, i vietnamiti, che spingono i cambogiani a ricordare. Migliaia e migliaia di fotografie. Uomini, donne, ragazzi, ragazze, bambini che guardano l'obiettivo con le braccia strette dietro la schiena, gli occhi allucinati, un numero di immatricolazione appuntato sul petto. &lt;br /&gt;A Tuol Sleng ci arriviamo, Claudio ed io, la mattina presto. Alle sette siamo già dentro. Ci arriviamo sul sellino di una motocicletta. Ognuno di noi ha il suo motociclista. Loro dicono che ci aspettano fuori, ma poi il mio autista mi raggiunge dentro al museo e passeggia assieme a me. Suo padre, mi racconta, è morto pochi mesi dopo la caduta di Pol Pot. Dice in inglese che era stremato e non ce l'ha fatta. Lui, aggiunge, non l'ha mai conosciuto. Ma sa con certezza che a Tuol Sleng non c'era mai finito. Lo avevano trasferito al nord, in campagna a lavorare mais e riso. Lo avevano trasferito a nord perché abitava in città nei quartieri nord. La città era stata divisa in quattro, mi dice. Quelli dei quartieri nord andavano a nord, quelli dei quartieri est a est, eccetera. Semplice ed efficace. &lt;br /&gt;Un cartello riporta il decalogo del prigioniero. Regola N°3: "Non fare l'imbecille perché tu sei l'uomo che si oppone alla rivoluzione". Regola N°4: "Rispondi immediatamente alla mia domanda senza riflettere". Regola N°5: "Durante le bastonate o l"elettricità è vietato gridare forte". Ricopio sul quaderno le regole con la matita. &lt;br /&gt;A Tuol Sleng sono state sommessamente torturate e assassinate ventimila persone. Sette i sopravvissuti, tra cui un pittore che ha dipinto poi la vita del carcere. I suoi quadri sono esposti al museo, nella sala che precede quella in cui, all'interno di vetrinette, stile cerusico seicentesco, sono impilati centinaia di teschi. Quasi tutti hanno la scatola cranica fratturata. Leggo che i prigionieri venivano uccisi a colpi di piccone o di martello. Tra i guardiani, le cui fotografie sono esposte al secondo piano della scuola, le stesse facce allucinate delle vittime. Solo uno di loro è incarcerato a Phnom Penh. Gli altri vivono e lavorano in città o altrove. Come Tareth, il nostro dolcissimo autista. &lt;br /&gt;Phnom Penh è una città bassa, bassa e polverosa, chiusa a oriente dal confluire di due grandi fiumi, il Tonlé Sap e il Mekong. Il Mekong, in periodo di piena cambia direzione e riversa le sue acque nel Tonlé Sap. In periodo di acque basse, nella stagione secca che è proprio quella in cui sono io, si comporta invece come un fiume qualunque e accetta di riversare le sue acque nel mare. &lt;br /&gt;Lungo le strade tanti ragazzi, ragazzi e ragazze, corrono a due o a tre in motorino. Da dove escono? Dove se ne vanno? L'impressione è quella di una città dolce, una città borotalco. La vegetazione esce dai cortili delle case, chiusi da muri alti. Qua e là prati all'inglese ben tenuti e perfettamente quadrati che dividono un blocco da un altro, belle case coloniali restaurate, sede soprattutto della banche dell'Asia, brutte case coloniali lasciate andare, brutte case tout court, ma non c'è sporco anche se c'è polvere, non c'è sporco appiccicato voglio dire, pochi insetti, i gechi sul muro di questo bar da dove scrivo, l'FCCC, il Foreign Correspondent Club of Cambodia. Locale-terrazza arioso e aerato al secondo piano d'angolo di un edificio prospicente il fiume. Muri giallini, un bancone bar circolare in legno massiccio e scuro, poltrone e divani di cuoio, tavolini. Il soffitto di legno. Travi e travetti che si incrociano. Ventilatori di ferro che girano inutilmente tanto la corrente d'aria che viene dal fiume è fresca e piacevole, ma che danno al locale un'atmosfera pigra da film. I camerieri in giacca bianca servono ai clienti, per la maggior parte anglosassoni, birre e cappuccini. C'è un biliardo in una stanza d'angolo, ma vi manca una palla. &lt;br /&gt;Dall'alto della terrazza guardo giù. Gente che si agita, che va e che viene. Gente che ride e parla fitto. Commercianti cinesi, pescatori vietnamiti, buddisti, qualche musulmano, malesi o cham, rari gli occidentali.  &lt;br /&gt;Stamattina alle sei abbiamo fatto colazione dalla terrazza sul tetto del nostro albergo, a pochi metri dall'FCCC. La città è già perfettamente sveglia e funzionante e operosa. Sulla riva del Tonlé Sap centinaia di persone fanno ginnastica, una sorta di aerobica orientalizzata al ritmo di una musica da discoteca ibizana. Tre o quattro istruttori - accreditati o selvaggi? - effettuano dei movimenti di danza sulla spalletta che divide il lungofiume dal fiume. Non guardano gli allievi. Guardano l'acqua. La gente dietro di loro, ne ripete coscienziosamente i gesti. &lt;br /&gt;Al mercato, ieri al mercato-moschea situato a nord della città, non lontano dal fiume, oggi al mercato russo, pesci vivi, granchi blù, spiedini di pipistrello, montagne di cavallette fritte, e frutta e verdure, tanta frutta e tante verdure sconosciute. Loro, i venditori, sorridono con estrema dolcezza. In questo popolo che neanche venticinque anni fa si è massacrato con l'energia delle formiche operaie, non sembra albergare nessuna aggressività, nessun odio, nessuna pretesa. Una donna, una vecchia dalle gengive rosse per il betel, mi si avvicina, si mette in ginocchio e mi scongiura di darle qualche soldo. Mi alzo e mi allontano. Ho la sensazione che gli occhi di tutti siano concentrati su di me. Mi fermo. Voglio ritrovare la vecchia, sono imbarazzata, ma lei non c'è più.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel pomeriggio lasciamo la capitale per Kompong Cham, da cui prenderemo un battello che risalirà il fiume. D'ora in poi e per molti giorni il Mekong diventerà il fiume. L'efficiente Tareth ha affittato per noi un furgoncino che ci aspetta puntuale alle tre di fronte all'albergo. Sorride, Tareth, salutando leggermente curvo con le mani giunte davanti alla faccia. &lt;br /&gt;La strada asfaltata recentemente corre verso nord tenendo il fiume sulla sinistra. Il paesaggio diventa pian piano sempre più agrario. I villaggi si susseguono contraddistinti dai tetti a punta delle pagode che sporgono dai palmeti e dai giardini che le circondano. Le case sono tutte in bambù su palafitte alte parecchi metri per resistere alla piena del fiume durante la stagione delle piogge. Sul fiume qualche piroga da pesca. &lt;br /&gt;Senza che glielo si chieda il nostro autista compie una leggera diversione per fermarsi in prossimità di un complesso sacrale in pietra scura. Scopro che i bonzi - li chiamo così gli studenti vestiti d'arancione - non si fanno toccare dalle donne, chiedono soldi per continuare gli studi e vogliono a tutti i costi che gli si scriva il proprio indirizzo. Dal soffitto della pagoda centrale dove siede un grasso Buddha colorato pendono degli aquiloni dai colori pastello. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Kompong Cham (l'imbarcadero dei Cham) è un grosso borgo di pescatori a metà strada tra Phnom Penh e Kratié, capoluogo della più grossa provincia della Cambogia. &lt;br /&gt;Dormiamo, unici ospiti, in un assurdo albergo stile realismo socialista. L'architetto deve probabilmente aver effettuato i suoi studi a Mosca, mi dico. Spazi enormi, corridoi che sono saloni da ballo, un ingresso che potrebbe ospitare un esercito. Prima di dormire ci dirigiamo all'imbarcadero da cui l'indomani prenderemo il battello. Da un paio d'anni il fiume è attraversato da un ponte di cemento che collega la cittadina a un'immensa foresta di heveas su cui pare sia stato girato il film "Indocina". Anche di notte, lungo il fiume si continua a far commercio di arance, tamarindi e banane alla luce delle lampade a gas. Molte persone dormono allungate su stuoie leggermente scostate da terra da strutture di legno molto semplici. Dormono al buio ognuno con la propria radio accesa a tutto volume. Il concetto di silenzio è loro totalmente estraneo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Kompong Cham/Kratié/Steung Treng  29/12/03 - lunedì. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attorno al battello che mi ricorda il vaporetto Alilaguna che dall'aeroporto di Tessera raggiunge Venezia vi è grande agitazione. Uomini e donne che si trascinano dietro pacchi e borse e fagotti scendono con difficoltà la riva che porta a livello del fiume e salgono sulla stretta passerella da cui si accede alla barca. I nostri zaini vengono legati sul tetto. Scelgo di fare come gli zaini e mi accomodo anch'io sul tetto, per godermi l'aria e la vista del fiume. All'interno della cabina sparano aria condizionata a manetta e video indiani a tutto volume.&lt;br /&gt;Il battello corre veloce sulle acque verdastre del fiume. Vicino a me una ragazza, Solydem, mi chiede compitamente se parlo francese, lingua che lei insegna nel villaggio a un'ora da qui. Chiacchieriamo a fatica a causa del motore e del vento che si oppongono alla conversazione. Mi chiede Solydem se ho figli, se amo il suo paese e se lo trovo povero. Mi chiede quanti anni le do. Ventitrè le dico, ma non ne ho assolutamente idea. Lei ride contenta e dice che ne ha trenta e che è single. Usa proprio questa parola: single. Dice anche che insegnare le piace. Mi indica compitamente tutti i nomi dei villaggi che sfilano su una delle due rive. Io li pronuncio assieme a lei e annuisco. Ci scambiamo gli indirizzi elettronici. Quando scende, dopo un'ora, si ferma a metà del sentiero di terra che sale sulla riva e mi fa ciao con la mano. &lt;br /&gt;Man mano che si sale verso nord i villaggi si fanno sempre più rari e appaiono qua e là isole che non sono altro che banchi di sabbia. Il fiume mi ricorda sempre più la laguna dalle parti di Vignole o Sant'Erasmo. Non è come me lo immagino. Non è il Mekong che porta al colonnello Kurtz e per certi versi ne sono delusa. Il colore predominante, anche qui, è il beige della sabbia e non il verde della vegetazione tropicale. &lt;br /&gt;Sul tetto bisogna ora fare attenzione a non scivolare perché il fiume si restringe leggeremente o semplicemente si divide a causa dei vari banchi di sabbia e qua e là ci sono leggere rapide che ne accelerano la corsa facendo sbandare un poco la barca. Il sole cambia continuamente di posizione. Ora è a destra, ora a sinistra, ora in faccia. Il fiume si contorce sempre più in anse, curve e mulinelli. Marie Claire distribuisce crema solare protezionetrenta. Mi cospargo faccia braccia e gambe, ma dimentico i piedi su cui la sera ritrovo, come stampata, la fotocopia dei miei sandali. &lt;br /&gt;Il battello ogni tanto si accosta ad una delle due rive. C'è chi scende e chi sale. Pacchi scendono. Pacchi salgono. Mi rendo conto che l'imbarcazione su cui navighiamo funge anche da cargo postale che effettua consegne lungo le rive. Ad ogni sosta, frotte di ragazzine si riversano veloci sul pontile ad offrire cibo e bevande ai viaggiatori. Sono ancora nella fase "attenzione all'epatite", evito ogni bevanda e per una manciata di riel mi limito a comprare un sacchettino di strani frutti dalla scorza rossa da cui fuoriescono dei tentacoli, rossi pure loro. Sono dissetanti, ricordano un poco i lichi, ma in più dolce.&lt;br /&gt;A Kratié attracchiamo verso le undici della mattina. Di colpo mi rendo conto che il sole brucia. &lt;br /&gt;Dicono che il battello farà una sosta di un'ora e mezzo o due. Impossibile sapere a che ora ripartirà esattamente. Calcolo al ribasso un'ora e mezza e risalgo la riva che porta alla cittadina. Camminare è un sollievo dopo le quattro ore accovacciati sul tetto. &lt;br /&gt;Kratié è una piccola cittadina coloniale addormentata. Il mercato è al centro della cittadina in una piazza di pianta quadrata. Non c'è frenesia, mi sembra. Piuttosto una grande calma. Ci sediamo a mangiare un poco di riso fritto con verdure in un ristorante senza porte né pareti che costituisce uno degli angoli della piazza quadrata. Fin da Phnom Penh mi rendo conto che tutti gli angoli delle case sono tagliati di sbieco, a formare un pentagono irregolare, dolce e arrotondato. Un paese smussato ai suoi angoli…continuo a chiedermi dove se ne stia nascosta la ferocia degli anni Pol Pot. &lt;br /&gt;Faccio un salto al mercato a cercare del burro cacao. Il vento del fiume secca le labbra. Indico le labbra ad una ragazza in sarong tradizionale che mi prende per mano e mi porta da una sua amica la quale mi presenta una serie infinita di rossetti coloratissimi. Faccio no con la testa e indico il bianco di un sacco di riso ai miei piedi. Le ragazze non capiscono e ridono. Forse credono che io voglia mangiare del riso e indicano il ristorante. Faccio il segno del rossetto e mimo "labbra sofferenti". Allora capiscono, frugano all'interno di un mucchio inverosimile di mercanzie che vanno dai calzetti ai cappelli di paglia ai taglia unghie made in Korea ed estraggono il burro cacao. Poi si consultano sul prezzo. Quanto possono sparare ad una turista occidentale in vacanza? Chiedono ridacchiando l'equivalente di mezzo dollaro. Faccio il segno di un coltello che mi taglia la carotide e poi pago. Loro ridono. Ridono sempre le ragazze di qui. E fanno ciao con la mano.&lt;br /&gt;Ripartiamo dopo un'ora e mezza. La navigazione, ora si fa sempre più tortuosa e difficile. Mi chiedo come faccia il pilota a ritrovarsi in questo dedalo che cambia di minuto in minuto. Neanche un anno fa, mi dice un ex professore di matematica cambogiano che ora si è convertito a guida turistica e che si sta dirigendo alla frontiera laotiana per ricevere una coppia di americani in vacanza, questa zona era ancora occupata dai khmers rossi e gli scontri con le truppe governative erano all'ordine del giorno. Oggi, l'unico pericolo è costituito dal basso fondale della stagione secca. Bisogna seguire le colonnine di pietra a forma di piccoli santuari che sporgono dall'acqua e che indicano il buon percorso. Dice che è pericoloso stare sul tetto perché ci sono le rapide ma io dentro non ci voglio andare e mi attacco saldamente ai vicini. Che, come c'è da immaginarsi, ridono contenti. A poco a poco ci inoltriamo nella foresta vergine, ora così simile a quanto immaginavo, da risultare persino caricaturale. Le rapide sono vigorose, ma appena più in là l'acqua è calma e mandrie di bufali d'acqua si bagnano sulla riva. Qualche uccello colorato si posa sui ciuffi d'erba che resistono alla forza del fiume. Ma via via che avanziamo la sensazione è quella del diradarsi della vita, umana e animale, per far posto al rigoglio di quella vegetale che non lascia spazio a nient'altro.&lt;br /&gt;Arriviamo a Steung Treng verso le 16 e 30. Non è più il Mekong quello su cui navighiamo, ma il Sé Sen, uno dei suoi affluenti. &lt;br /&gt;Un tempo la frontiera col Laos coincideva con questo villaggio. Ora si è spostata a circa quaranta chilometri più a nord. Siamo incerti se restare o continuare. Manca appena più di un'ora al calare della notte che scende puntuale alle 18, e pare che ad una certa ora del pomeriggio le guardie frontaliere se ne vadano e chiudano la frontiera. Cosa c'è più avanti non lo sa nessuno, mentre qui siamo sicuri che c'è da dormire e da mangiare. Ci consultiamo col professore di matematica ora guida turistica che consiglia di restare. Si vota per alzata di mano e vince il partito dei "si resta".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sleung Treng - Voeum Kham, frontiera con il Laos - Isola di Khong 30/12/03 -martedì&lt;br /&gt;Per percorrere le ultime decine di chilometri del fiume cambogiano, in direzione con la frontiera del Laos,  siamo obbligati a prendere quello che qui chiamano piroga rapida. Si tratta di una piroga strettissima e lunga dalla chiglia piatta che pesca appena qualche centimetro e con un motore cinese potentissimo e raffazzonato. Il pilota sta seduto a poppa e da manetta al motore. Noi ci stringiamo davanti a lui, le ginocchia praticamente in bocca, caschi da motociclista in testa e giubbotti salvagente arancione. In questo tratto di fiume che vedo sfrecciare veloce, inutile cercare pagode, bufali d'acqua o scene di pesca. Qui c'è solo acqua a perdita d'occhio, rocce e alberi le cui radici sporgono per alcuni metri dall'acqua assumendo forme eccentriche e contorte che indicano perfettamente il fluire della corrente. Qualche uccello colorato, qui e là tronchi di bambù che galleggiano. Neanche l'ombra dei delfini d'acqua dolce di cui ci assicurano la presenza. Se anche ci sono, il rumore infernale del motore li mettein fuga. Più avanziamo verso nord, più iniziano a disegnarsi delle colline dolci coperte di vegetazione, e per questo semplice fatto, il paesaggio muta radicalmente. &lt;br /&gt;La piroga corre sulle rapide, effettua slalom arditi tra rocce e banchi di sabbia, io non sono tranquilla e mi stringo al mio vicino, il professore di matematica, ora guida turistica, che approfitta del passaggio aggregandosi a noi. Lo prendo a braccetto e lui mi dice cortese: "Je vous en prie" dandomi l'impressione di passeggiare sugli Champs Elysées.&lt;br /&gt;Dietro l'ennesima ansa, il fiume si stringe di colpo, le rive si fanno altissime, e la piroga accosta sulla sinistra. &lt;br /&gt;Voeun Kham. La frontiera. &lt;br /&gt;Per molto tempo un passaggio vietato. Poi da un anno, più che aperto, tollerato.  Ho sempre pensato che le frontiere siano brutti posti. Da sempre le frontiere mi mettono a disagio. Da sempre temo, non so perché, di esservi respinta. Questa frontiera invece non fa paura perché è irreale. Una frontiera in mezzo al nulla, un non posto, un'assurdità che sembra separare due terre di nessuno.&lt;br /&gt;Saliamo a fatica la riva sabbiosa. Due capanne su palafitte all'ombra di un gruppo di palme da zucchero. Una capanna funge da abitazione. L'altra da ufficio. I doganieri indossano giacche militari aperte su shorts e t-shirts sformate e scolorite. Riempiamo dei moduli, consegnamo i passaporti. Si ride. Battute nervose. Due ragazzi australiani fanno il percorso inverso. Ci dicono che più a nord, lungo il fiume, ci sono delle cascate che formano una pozza d'acqua frizzante e movimentata su cui, dicono, ci si può bagnare. Resteranno nelle parole dei due. Non le vedremo mai. &lt;br /&gt;Daniel negozia il "prezzo" del passaggio con uno dei doganieri. Si accorda su 5 dollari a testa, una bella somma in un paese in cui il reddito medio si aggira sui venti dollari mensili. Di colpo riappaiono i nostri passaporti, e si moltiplicano i sorrisi.&lt;br /&gt;Il posto di frontiera laotiano è di fronte, ma sull'altra riva del fiume. Qualche capanna che offre generi alimentari, bottiglie d'acqua minerale, cappelli di paglia a cono. I doganieri laotiani stanno giocando a carte seduti per terra sotto la capanna che funge da ufficio. Visibilmente disturbati dalla nostra presenza si infilano una giacca militare e si accingono a controllare i passaporti. Il più vecchio, in un inglese stentato, mi chiede quanti soldi abbiamo dato dall'altra parte, ai cambogiani. Due dollari, mento, non so perché. Si guardano in faccia e fissano allora il balzello a due dollari pure loro. &lt;br /&gt;Da questa parte del fiume mi sembra fin da subito che vi sia ancora più indolenza e lentezza. Pare che i laotiani siano i brasiliani dell'indocina, brava gente che non si scompone, che non si agita, che sorride forse un po' meno dei Khmers, e che si tiene più dritta. Un portamento elegante, eretto, specie nelle donne, che costituisce immediatamente, ai miei occhi un tratto di distinzione evidente.&lt;br /&gt;Da casa, l'Indocina mi appariva una piatta marea di facce dagli occhi a mandorla e dal naso schiacciato. I laotiani sono diversi dai cambogiani come uno svedese lo è da un calabrese. Volti più affilati,  nasi più piccoli, zigomi più alti, la carnagione leggermente più scura. Le donne sono bellissime. Bellissime e altere.&lt;br /&gt;A una quindicina di chilometri a nord della frontiera, il Mekong si riversa nelle impressionanti cascate di Khon Phapheng. Subito a monte si spiatarra come un lago, per una trentina di chilometri e dalle sue acque bassissime sporgono isole e isolotti. Aggiriamo le cascate via terra su un tuk tuk decorato di blù in direzione dell'isola di Khong che raggiungiamo traghettando il fiume su una piroga.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Sala Hotel è una guesthouse di legno che si affaccia sul fiume, circondata da un bel giardino rigoglioso. La camera è grande, e grandi sono i letti protetti da ampie zanzariere bianche. Sul pavimento di legno saltellano delle graziose ranocchie di fiume.  La terrazza, disseminata di poltrone e tavolini in bambù, è protetta da enormi gechi blù e grigi che svolgono egregiamente il loro compito di divoratori di insetti.  Attorno all'imbarcadero due o tre altre guesthouse, di cui una in costruzione, testimoniano del futuro turistico dell'isola. Per il momento l'atmosfera è quella di una pace totale e assoluta e assolata. &lt;br /&gt;Claude Vincent è sepolto in uno stupa, nella pagoda principale dell'isola a pochi metri dalla geusthouse. Una placca bronzea in laotiano e in inglese informa che Claude Vincent è stato vigliaccamente assassinato nel 1996 sulla strada che collega Vientiane, la capitale attuale, a Luang Prabang, la capitale antica. Continua, la placca, dicendo che il Laos piange un amico. Claude Vincent era anche un grande amico di Daniel. Visitiamo assieme la sua tomba al calar della notte. Pare che Claude Vincent si fosse opposto allo sviluppo dell'isola ad opera di un consorzio cino/tailandese finanziato dai signori dell'oppio che sull'isola volevano persino costruirvi un casinò. Pare che questa sia stata la ragione dell'imboscata e del suo assassinio. Claude Vincent era buddista, mi racconta Daniel, sposato ad una principessa laotiana - ma aggiunge che quasi tutte le donne qui sono principesse - e non aveva abbandonato il Laos nemmeno quando dalla metà degli anni 70 il paese era diventato il teatro di una guerra non dichiarata. Il figlio si è fatto monaco e vive nel nord, in un monastero. La moglie gestisce una guesthouse a pochi chilometri, sull'altipiano di Bolovan. Dalla pagoda principale ci giunge il canto serale dei monaci. Una tecnica antica permette loro di cantare in continuo senza mai tirare il fiato ma respirando attraverso il naso e emettendo suoni senza interruzione. Il canto avvolge, stregante. Claude Vincent sorride da una fotografia attaccata allo stupa. Ha uno sguardo giovane. E' in maniche di camicia.&lt;br /&gt;L'isola è tagliata da due strade asfaltate perpendicolari. Una coppia di giovani albergatori di Rimini che lavora d'estate e poi viaggia tutto l'inverno ci consiglia di cercare una bicicletta e di fare il giro dell'isola. Sono in viaggio da un mese. Lui è felice. Lei dice che non vede l'ora di tornarsene a casa, che sogna le piadine di sua mamma, che non ne può più dei buchi sulle strade, del riso fritto, degli scarafaggi e dei topi. Dice che l'anno prossimo vuole farsi una vacanza al Club Méditerranée. Dice che non la fregano più. Tra i viaggiatori, gli italiani sono sempre i più scanzonati e ironici. Nei libri d'oro di alberghi e musei i commenti sarcastici in italiano rompono la monotonia politicamente corretta dei commenti costantemente ditirambici di inglesi, francesi o tedeschi. Lei è genere : "con le bellezze che abbiamo in Italia che cazzo ci stiamo a fare qui" ma non lo dice. Mi è simpatica. Mi sono simpatici e mi piace il loro accento romagnolo. &lt;br /&gt;In bicicletta attraversiamo l'isola sul lato corto. Sono le due. Il sole picchia, ma sono appena otto chilometri di strada. Qualche risaia a destra e a sinistra della strada. Alcune capanne da cui escono correndo frotte di bambini che fanno ciao con la mano. Al ritorno imbocchiamo il sentiero di sabbia che segue la costa stretto tra il fiume e le capanne che si affacciano sulle sue rive..Manca un'ora al calar del sole e vi è un'attività frenetica di lavacri. Le donne si lavano vestite col sarong stretto sopra il seno. I bambini giocano nudi sull'acqua. Tra le capanne alcune pagode colorate, una scuola deserta. Al nostro passaggio i bambini salutano in una lingua che risuona fin da subito come cantilena. Non capisco esattamente cosa dicono…Balì? Uadì? Auadì? Tento di riprodurre i suoni, ma ogni volta che lo faccio ridono tutti. Anche i bambini più piccoli. Gli adulti stornano lo sguardo, imbarazzati. &lt;br /&gt;Il sentiero è interrotto da passerelle e ponti in legno mal in arnese. Mi chiedo, apprensiva, quanti bambini in media cadano giù da ponti e passerelle, scivolino tra le assi sconnesse, rotolino lungo le rive scoscese che portano all'acqua. Mi chiedo quanti bambini anneghino ogni giorno nel fiume. Sono piccolissimi. Due, tre anni appena. Soli, avanzano nell'acqua marrone. &lt;br /&gt;Maiali neri, al guinzaglio e non, ci attraversano la strada. E poi galline, tacchini, cani. La notte scende di colpo a qualche chilometro dal paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Imparo due parole: "sabadì", arrivederci, buongiorno, ciao, e "upciài lalài" : grazie mille. Il grazie laotiano mi fa venire in mente il refrain della canzone di Simon e Garfunkel quando Dustin Hoffmann nel "Laureato" va a prendersi la sua Elaine…. Cinema. Sempre e solo cinema.&lt;br /&gt;Vat Phou -Champassak/Paksé 31/12/03 mercoledì&lt;br /&gt;Là dove oggi restano le vestigia di Vat Phou, un tempo c'era una città indù, una delle prime capitali del regno khmers. La città guardava un lago, e alcune centinaia di metri più a est il fiume. Il lago e la città erano sacri e traevano la loro forza da una fonte, sacra anch'essa, che sgorgava dalla montagna prospicente il lago. E' mezzogiorno, il sole scotta, e per il momento ci siamo solo noi. Il tempio è diviso in tre parti: una in pianura, un'altra a metà montagna e l'ultima in alto. Al tempio principale si accede per una scalinata vertiginosa dai gradini stretti, irregolari e altissimi. Teste, torsi di statue, piedi giganti, giacciono abbandonati qua e là per la collina, tra l'erba alta. Ai piedi della scalinata una vecchia vende composizioni floreali da lasciare come offerte sacrali al tempio. Salgo la scalinata mossa soprattutto dalla voglia di raggiungere al più presto l'ombra che si intravvede dal basso. Gli alberi di frangipane che bordano la via non fanno ombra perché in questa stagione non hanno foglie, solo rami bianchi e fiori carnosi, bianchi pure loro, leggermente striati di giallo. Profumano di magnolia e sono così nudi, nudi e bellissimi.&lt;br /&gt; Un'oasi di pace, fresco, verzura, acqua che scorre circonda il tempio principale. Capisco perché l'abbiamo costruito qui. Domina la valle e il fiume ed è protetto alle sue spalle dalle pareti verticali di una montagna apparentemente inviolabile. Ovunque bassorilievi a consonanza induista, statue che ricordano per certi versi divinità maya o azteche, danzatrici apsara dalle molte braccia, statuette di divinità che sembrano disegnate da bambini/poltergeist. Vorrei saper disegnare i decori, carpirne i simboli. Mi soffermo affascinata ad osservare i particolari di  bassorilievi che non mi parlano. &lt;br /&gt;Un gruppo di donne orientali (thai, coreane, giapponesi del sud?) si sposta da un tempio all'altro concentrandosi nella preghiera. Mi invitano a bagnarmi il capo alla fonte. Dicono che è una fonte di lunga vita. Dicono che quest'acqua mantiene in salute. &lt;br /&gt;Pare che un sentiero nascosto nella giungla collegasse la città sacra di Wat Phu alla città di Anghkor. Cinque o seicento chilometri di sentiero che si snoda nella vegetazione, attraversando fiumi e montagne. Guardo giù e mi sforzo di individuarne inutilmente il tracciato. &lt;br /&gt;Per raggiungere le rovine di Wat Phu utilizziamo un tuk tuk che traversa di volta in volta il Mekong su zatteroni di tronchi d'albero che, una volta riempiti, assicurano il trasporto da una riva all'altra. Lo stesso tuk tuk ci porta in serata a Paksé, cittadina industriale con i segni evidenti di uno sviluppo recente e disordinato. &lt;br /&gt;Paksé: ville recenti e particolarmente opulente sul viale che conduce al cuore della città. Hotel cinque stelle, cinque piani, a 14 dollari la stanza compresa la prima colazione per due. Lui, il manager, un francese del sud est, parla di sviluppo esplosivo della città…Traffici, chiedo? Anche, risponde. Alle 19, ci dice, una famiglia in vista della città celebrerà il matrimonio della figlia. Ci saranno tutti quelli che contano, dice. Alle 19 si materializzano di fronte all'albergo decine di gipponi e camionette. Qualche automobile dai vetri anneriti. La sposa e lo sposo, in piedi all'ingresso dell'albergo, offrono a tutti gli invitati un sorso di whisky dallo stesso bicchierino. Costoro infilano delle buste in due grandi cassette a forma di cuore. Ce n'è una per gli invitati di lui e una per quelli di lei. Soldi, mi spiega il direttore. La sala di matrimonio, immensa, risuona della voce amplificata di un imbonitore da fiera che introduce la musica e probabilmente intrattiene gli ospiti. Le donne, quasi tutte in abito tradizionale, faticano a camminare su sandali dorati dai tacchi vertiginosi. E' un peccato, mi dico. La cosa più bella di queste donne è l'andatura.&lt;br /&gt;E' il 31 dicembre. Sulla terrazza in cima all'albergo un cenone di capodanno all'occidentale per quattro turisti inglesi dall'aria triste. &lt;br /&gt;Cerco un Internet Phone. Ce ne sono tantissimi. Computer clonati e pavimento di terra. Telefono ad Andrea. E' il suo compleanno! Dice che in Francia fa freddo. Riusciamo a parlare con difficoltà per quei due secondi di silenzio che si intercalano alle voci. &lt;br /&gt;Attorno al mercato, un edificio moderno di tre piani tutto scale e vetrine, una serie di bar/karaoke spara musica a manetta per la jeunesse dorée locale. &lt;br /&gt;Ritrovo i due riminesi in un piccolo ristorante modesto. Sono in attesa di prendere l'autobus notturno per Vientiane, la capitale. Cercano un visto per la Birmania, e lei è sempre più stanca e desiderosa di tornare a casa. Ci auguriamo buon anno alle 21 e 30. Alle 22 dormo già. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paksé/Vientiane/Louang Prabang 1/1/ 2004 - giovedì&lt;br /&gt;Quando viaggio non amo prendere gli aerei. Introducono una rottura netta nel percorso, nell'evolvere dei tipi umani, nel modificarsi lento della vegetazione e del clima. &lt;br /&gt;Ho paura di volare. Oramai da anni. I riminesi mi avevano descritto la compagnia aerea laotiana come una sorta di pattumiera dell'aviazione russa, con aerei che volavano a vista, sedili mal avvitati al pavimento, galline e altri animali nella carlinga. L'aereoporto di Paksé promette malissimo. Praticamente nessun controllo e i soliti dazi inesistenti da pagare a sedicenti guardie di frontiera. L'aereo è in realtà perfetto. Migliore delle navette che mi portano da Marsiglia a Parigi. Volo tranquilla e guardo giù.&lt;br /&gt;Vientiane ha l'aria desolata e desolante di una stazione balneare fuori stagione una domenica pomeriggio. Fa caldo. Nessuno si muove. Nessuno ti guarda. Gruppi di amiche si spidocchiano sedute davanti alle porte dei negozi del centro. Monaci d'arancio vestiti sciabattano seminudi grattandosi il collo. Gli uomini passano da una sedia all'altra. Da un sottoalbero all'altro. Il mercato di giorno, il Talat Sao, ha l'aria abbandonata di una giornata pre saldi natalizi. Sciarpe tessute a mano, bacchette da riso d'argento, monili vecchi e nuovi, ciabatte di plastica, borse ricamate. Nessuno insiste per vendere quel poco che ha da vendere. Se ne stanno seduti a terra i venditori e sorridono. Il museo della rivoluzione è chiuso. Assolato e chiuso. Ci dirigiamo al Susaket, un tempio al centro della città. La struttura a chiostro è quella di un convento benedettino del 14 ° secolo. Chi l'ha concepito era stato in Europa, mi dico. Decine di Buddha tutti uguali in infilata. Centinaia di nicchie alle loro spalle, ognuna con un Buddha più piccolo al suo interno. I monaci sciabattano nel cortile del tempio provando coi turisti le poche frasi d'inglese imparate sui libri. &lt;br /&gt;Miracolosamente troviamo un caffé gestito da un lao di ritorno dalla Francia. Un inglese solitario legge concentrato il Bangkok Post della settimana precedente. Il cappuccino non ha nulla da invidiare a un cappuccino francese: è cattivo, dunque, ma è un cappuccino. Ne ordino due, storia di prendermi avanti.&lt;br /&gt;Le poche ore trascorse a Vientiane in attesa dell'aereo serale che ci porterà a Louang Prabang sono già tante. Il lungofiume è deserto. Vi incontriamo di nuovo i riminesi. Sensazione di essere soli in una città indifferente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Louang Prabang 2/1/2004/ venerdì&lt;br /&gt;Bun è uno dei tanti monachelli di Louang Prabang, antica capitale e città sacra. Vive al Vat Xieng Thong, uno dei tanti templi sparsi per la penisola su cui sorge la città. Sogna una sola cosa: andare a Roma a trovare un suo amico italiano. Ci tiene a ripetere come un pappagallo le poche frasi inutili di italiano che ha imparato. &lt;br /&gt;La mattina all'alba Bun sfila lungo il corso principale assieme ad altri ragazzi come lui a ricevere le offerte che uomini e donne inginocchiati versano nella loro saccoccia a bandoliera senza levare lo sguardo. Riso cotto e glutinoso, ma anche cracker o pacchetti di Mars. A vederli sfilare tutti assieme - è l'alba - mi rendo conto che le loro tenute presentano colori diversi che vanno dal rosso scuro tibetano allo zafferano all'arancione acceso. Sono bambini, giovanissimi e vecchi. Pochi i monaci di mezza età. Degli assistenti accompagnano la sfilata dei monaci con grandi sacchi di nylon dove riservare l'eccedenza di offerte una volta che le saccocce risultano strapiene. Gli offerenti sono in minoranza locali e in maggioranza turisti coreani, tailandesi o vietnamiti. I loro minibus attendono discretamente sul bordo del marciapiedi. &lt;br /&gt;Centinaia di boutique offrono ai turisti le perle dell'artigianato locale. Chilometri di sciarpe, quaderni di carta di riso, lampioni di carta colorata, monili e teste di Buddha in bronzo. Al mercato donne con i bambini al seno offrono oppio, marijuana, si offrono. Su un banchetto bottiglie contenenti serpenti, scorpioni, e strani rettili d'acqua all'interno di un liquido giallastro promettono performance sessuali irripetibili. Su un altro banco delle bussole istoriatee sacchi di scorze di corteccia dalle proprietà medicamentose. Un vecchio mi mostra un sacco di cortecce e mi tocca la testa…Vogliono curare il mal di testa, le cortecce, oppure calmare le angoscie, oppure rendono magicamente più intelligenti? Il vecchio insiste e si tocca la testa pure lui.&lt;br /&gt;Louang Prabang non è altro che una stretta striscia di terra in mezzo all'acqua di due fiumi: l'inevitabile Mekong e il Nuam Khan, un suo affluente. Oltre il fiume le montagne. Al centro della penisola una collina abbastanza alta da dominare il paesaggio su cui si erge una pagoda rossa e oro. Usciamo dalla città in bicicletta. Sono alla ricerca di uno zaino nuovo. Le cinghie del mio zaino sono state strappate nel trasporto aereo e in vista della camminata che ci aspetta devo assolutamente trovare uno zaino nuovo. Lo trovo al mercato cinese, vicino allo stadio. Qui tutto è made in Cina dai venditori alle lampadine elettriche alle falciatrici ai calzetti ai cappelli borsalino. Per quindici dollari trovo uno zaino come non ne ho mai sognati in vita. Nero e grigio, doppie cerniere di sicurezza, doppia chiusura, tasche esterne e interne. Solido. Efficiente. &lt;br /&gt;Un tedesco che vive da tanti anni in città mi rivela che la frontiera che abbiamo intenzione di oltrepassare a piedi per raggiungere il Vietnam è sigillata ermeticamente agli occidentali. Insisto. Magari pagando i doganieri, propongo. Dice che è pericoloso. I laotiani si fanno corrompere, mi dice, ma i vietnamiti non vi faranno passare mai. E' la frontiera dei trafficanti d'oppio, aggiunge. Non hanno nessuna intenzione che degli occidentali ficchino il naso da quelle parti. Prima di salutare mi raccomanda di non tentarci nemmeno…"Eviterete sofferenze, dice…"&lt;br /&gt;Ne parlo con la mia vicina, una laotiana che vive in California, di ritono in città per visitare la famiglia. Siamo entrambe distese a pancia in giù in una capanna su palafitte e ci facciamo massaggiare. Farsi massaggiare è una delle attività più diffuse in questo paese. Ci si fa massaggiare per rilassarsi, per stimolare i muscoli, per curare le malattie, ci si fa massaggiare da vecchie donne magre dai muscoli d'acciaio e dalle dita forti come gli artigli di un aquila, da ragazzi delicati come fanciulle, da giovani donne assenti. Daniel spiega che là dove c'è scritto karaoke si praticano massagi erotici. Ancora in Laos è meno evidente che in Vietnam, mi dice. Ma verrà. Verrà anche qui. La mia vicina laotiana dice che lei non sapeva nemmeno che ci fosse una frontiera a Dien Bien Phu, ma per non deludermi dice che possiamo tentare e che passeremo lo stesso. Strano paese questo in cui la dolcezza è mista alla menzogna e la realtà è un effetto d'annuncio.&lt;br /&gt;Nel raggiungere gli amici, la sera, mi fermo a riposare nel cortile di un tempio. E' l'ora del canto. La solita nenia avvolgente…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Louang Prabang- Mouang Khouam 3/1/2004 - sabato&lt;br /&gt;Ritroviamo il fiume. Non il Mekong ma il Nuam Oou, l'ennesimo affluente. Sdraiata sul fondo della barca in legno, sotto una tettoia di lamiera, scrivo queste note. E' mattina, fa freddo, e un leggero strato di nebbia ci accompagna.  E' questo, senza dubbio, il fiume del mio universo cinematografico. Stretti tra pareti verticali, lo risaliamo circondati da montagne coperte di vegetazione che sembrano altissime. Grigio, verde e rosso. Il grigio dell'acqua e delle rocce che spuntano qui e là. Il verde degli alberi, palme e un'infinità di specie sconosciute abbarbicate alle rive, dalle radici aggrovigliate che scendono nell'acqua e poi risalgono fino a metà tronco. Il rosso di una terra che a tratti è grassa, a tratti è polverosa. Anse, curve, rapide che la barca supera dando motore. Gente che vive lungo il fiume. Gente che lo naviga in canoe scavate nel tronco degli alberi o arrangiate alla meglio unendo assieme due o tre grossi fusti di bambù. A pagaiare sono dei bambini, a volte piccolissimi che sembrano seduti direttamente sull'acqua. Ridono, quando ci vedono passare ma non fanno mai ciao con la mano. A volte salutano nel segno universale importato dall'America. Pollice in alto. Tutto O.K.! Sulle rive grossi maiali rosa, maiali piccoli e neri, bufali d'acqua di cui appena si intravvedono muso e occhi. Donne che lavano tessuti. Donne che lavano bambini. Donne che si lavano. Una frenetica attività lavatoria.&lt;br /&gt;Attraverso la vegetazione fittissima si intuiscono capanne su palafitte fatte di stuoie di bambù intrecciato. Qui e là tratti di montagna bruciati e nudi. A metà costa, talvolta, una capanna abbandonata. Probabilmente tagliano gli alberi mi dico, alberi dai legni pregiati, teck, palissandro. Poi bruciano tutto per rifare l'humus. Il capitano della barca non parla. Infastidito si volta indietro quando qualcuno di noi accenna a spostarsi disequilibrando pericolosamente l'imbarcazione. A tratti qualcuno dalla riva fa segno di chiedere un passaggio. Prendiamo su un uomo che dopo una buona mezz'ora verrà scaricato in mezzo al nulla, più a nord, sulla riva destra del fiume. Una donna e due bambine piccole salgono per scendere di nuovo in prossimità di un villaggio. &lt;br /&gt;Su una montagna che si para verticale di fronte a noi sono scavate delle nicchie. Eremiti? Nascondigli? Depositi di munizioni? Il sentiero Ho Chi Minh passava esattamente per questo fiume. I vietcong attraversavano la frontiera con il Laos nei dintorni di Dien Bien Phu, scavalcavano le montagne fino a raggiungere il fiume. Di qui scendevano in battello fino a Louang Prabang e poi ancora più a sud fino in Cambogia da cui penetravano nel Vietnam meridionale. &lt;br /&gt;Non seguiamo i consigli del tedesco e decidiamo unanimi di tentare il passaggio. Daniel ha totale fiducia nel potere del dollaro. Catherine della fortuna o del caso. Claudio non ci crede che passeremo ma non si oppone e lascia che le cose seguano il suo corso. &lt;br /&gt;Dei pali di bambù piantati fitti lungo la riva con drappi rossi e gialli che si agitano appena. Un déjà vu. Poco prima di raggiungere Kurtz, nel film di Coppola, gli stessi pali e gli stessi drappi si allineano lungo le rive sabbiose del fiume. Nel film sono presagio di pericolo. Questi qui, quelli veri, sono un enigma. Che ci fanno? Cosa significano? Nessun essere umano nel raggio di qualche chilometro. Alberi, infiniti alberi, coprono le rive. Liane che pendono. Bambù che galleggiano. Incrociamo una barca come la nostra che scende. Le due barche accostano. I capitani si parlano. I passeggeri dell'una e dell'altra si squadrano. Noi, nell'allontanarci, facciamo ciao con la mano. Loro, i lao, sorridono senza muovere un dito. &lt;br /&gt;Ho l'impressione di insinuarmi in qualcosa di profondo, di penetrare qualcosa che ad ogni chilometro perde intelleggibilità. Non è un percorso, ma piuttosto una penetrazione…&lt;br /&gt;Attracchiamo a Mouang Khouam, l'ultimo villaggio raggiungibile via acqua. Posto su un'ansa del fiume all'incrocio con un altro affluente minore, il villaggio è leggermente sopraelevato sul fianco della montagna. Una passerella volante unisce le due rive. Non ci sono strade da queste parti, ma piste e sentieri. Ci aspettiamo di dormire in condizioni primarie e invece al centro del villaggio vi è una guesthouse in muratura, arredata lussuosamente. Segno di una scommessa su un futuro sviluppo turistico della zona o hotel di lusso per trafficanti d'oppio in attesa del doganiere compiacente? Nel cortile interno una partita di badminton schiera la squadra di Dien Bien Phu alla squadra locale. Musica a tutto volume e il solito imbonitore intrattenitore che al microfono urla falli e punteggi. Le riserve del badminton si affollano attorno a noi. Sono giovani membri del partito, ben vestiti e dotati tutti di luccicanti moto da cross. Ci vuole quasi un giorno, ci dicono, per percorrere in motocicletta l'ottantina di chilometri che separano la frontiera dal villaggio. La frontiera cinese è leggermente più lontana, ma ci si arriva prima insistono. Nessun problema a passare se abbiamo il visto. Potremmo andare in Cina, suggeriscono. Dalla frontiera col Vietnam, invece, non si passa. E' chiusa, sigillata. Si offrono ridendo di accompagnarci comunque Daniel che, come San Tommaso, forte della panoplia di falsi documenti preparati ad hoc - una falsa lettera del Ministero degli Affari Esteri vietnamita che lo definisce amico del paese, un falso documento diplomatico francese, timbri e lettere di raccomandazione, tutti altrettanto falsi - vuole constatare de visu quanto oramai è evidente. Nel frattempo, in cinque decidiamo di partire due giorni in montagna. Marie ci aspetterà al villaggio a causa di una caviglia gonfia e dolorante. Daniel andrà in frontiera e se non sarà di ritorno tra due giorni, significherà che passare si può e dunque ci organizzeremo per raggiungerlo là. &lt;br /&gt;Un ragazzo del paese propone di farci da guida in montagna. Saremo di ritorno tra due giorni. In un inglese approssimativo ci avverte che si sale molto, dice. Otto, nove ore di marcia. Ce la faremo? Col piede dolomitico che abbiamo cosa sono otto nove ore?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mouang Khouam/ Ban Sleung Ouam/ Mouang Khouam &lt;br /&gt;4-5 gennaio 2004 &lt;br /&gt;La notte a Ban Sleung Ouam, villaggio della minoranza Akka, sotto minoranza Mong, è stata una notte di rumori strani. E'possibile che il mio ricordo sia soprattutto rumori? Nella capanna dove dormiamo il rumore di bambini che piangono, dei vecchi che tossiscono, dei bambini, una bambina mi sembra, che tossisce pure lei accanitamente. Il rumore del fuoco che crepita in mezzo alla stanza. Non c'è camino e il fumo che ha completamente annerito le pareti di legno sale e fuoriesce a fatica tra gli interstizi del bambù. Attorno al fuoco sbircio uomini seduti in cerchio che fumano l'oppio dentro lunghe pipe anch'esse in bambù. Fuori le urla dei derattizzatori, ragazzini armati di arco e frecce che danno la caccia ai topi nascosti nelle cataste di legno. Di nuovo all'interno le stuoie che scricchiolano. Nella penombra un uomo vecchissimo massaggia Djang, il ragazzo che ci ha accompagnato fin qui, usando soprattutto i piedi e tirando all'indietro braccia e gambe. La porta della capanna cigola ogni volta che qualcuno entra o esce. Fuori le scrofe grugniscono. Qualche cane abbaia e poi smette.&lt;br /&gt;All'entrata del villaggio su una picca alta tre metri una testa di cane mozza con le fauci tenute spalancate da un bastone e la lingua gonfia e nera che penzola di lato. Djang vuole rassicurarci quando dice che è un segno di benvenuto? Accanto al cane un gruppo di ragazzi lanciano coi piedi al di là di una rete una palla di striscie di vimini intrecciate. Alla vista di Catherine che arranca sotto uno zaino smisurato in pantaloncini corti kaki, urlano di gioia. &lt;br /&gt;Ci guardano, ci scrutano. Si tengono in disparte. Poi l'intero villaggio ci accompagna alla fonte dove tentiamo di lavarci sotto un filo d'acqua che scende dalla roccia. Sono tutti attorno a noi e ci guardano fissi. Imbarazzati ci laviamo a pezzi, sommariamente. Siamo coperti di polvere. La polvere rossa del sentiero che abbiamo percorso, stretto tra erbe altissime. &lt;br /&gt;Non è bello camminare in queste montagne. Non esistono radure, panoramiche, non si cammina mai in spazi aperti, ma sempre in mezzo ad erbe alte, che soffocano ogni visuale. Dopo alcune ore di salita si perde il senso della direzione e dello spazio. La salita è monotona e claustrofobica. Pura fatica. Caldo e fatica. C'è un silenzio totale e assoluto. Nessun uccello, nessun animale, nessun insetto. &lt;br /&gt;La mattina abbiamo attraversato un paio di villaggi adagiati nei pressi di qualche ruscello che guadiamo malamente. Villaggi bombardati accanitamente durante quella che ingiustamente viene chiamata guerra del Vietnam, se si pensa che il paese più bombardato della storia è stato proprio l'ufficialmente neutrale Laos. Ovunque resti di bombe americane che la gente utilizza nelle maniere più svariate. Come sostegni alla base delle capanne. Separate in due come bacini per raccogliere l'acqua. Come mangiatoie per i maiali. Djang ci dice di restare nel sentiero. Vi sono ordigni inesplosi un poco ovunque, ed è pericoloso allontanarsi anche di qualche metro. In un villaggio una pagoda abbandonata dai monaci che, dice Djang, se ne sono andati perché non volevano più vivere in zone così disagiate. &lt;br /&gt;Al villaggio dove dormiamo inizia il defilé incessante dei malati che vengono a farsi curare da noi: due insegnanti di italiano, un architetto, una fisica nucleare e una dirigente EDF. Disponiamo di un tubo di arnica, di un flacone di hexomedin per disinfettare, cerotti e aspirine. Trattiamo arti slogati con la pomata all'arnica, disinfettiamo le ferite, e distribuiamo le aspirine. Nel ruolo di non medici senza frontiere siamo assolutamente inadeguati ma è impossibile farci capire e rifiutare le cure. Una ragazza mi tossisce forte davanti per farmi capire i sintomi della sua malattia. Faccio un salto indietro chiedendomi quando ho fatto l'ultima volta il richiamo contro la tubercolosi e non so assolutamente cosa fare, ma lei insiste, mi prende la mano, e allora le spalmo un pochino di arnica sul petto sentendomi come un medico di Molière…Forse l'effetto placebo, mi dico….La ragazza se ne va soddisfatta. Le consultazioni riprendono la mattina dopo all'alba, quando il villaggio si sveglia al grido forsennato dei galli. &lt;br /&gt;Di cosa vive questa gente? Djang dice che un tempo coltivavano i papaveri, che due anni fa l'esercito ha bruciato loro i campi e che oggi di campi gliene restano appena due, ben nascosti, aggiunge. Una donna inizia a scuoiare una marmotta vicino al fuoco. Temo che vogliano offrircela per colazione, ma Claudio estrae prontamente dallo zaino qualche bustina di Nascafé che diluiamo nell'acqua bollente. &lt;br /&gt;Gente povera e miserabile che vive nella polvere e nel fango tra magre galline, oche, maiali e bastardi di cane. Nessun romanticismo, nessun mito del buon selvaggio, solo occhi sgranati e stupiti, bocche annerite, e tanti, troppi bambini. Non si lasciano fotografare così come sono. Si scherniscono. I bambini al seno delle madri o sulla schiena dei fratelli più grandi urlano non appena mi avvicino loro. Una famiglia, padre madre giovanissimi e due figli piccoli, poco prima che noi si riparta, corre a cambiarsi. Una volta vestiti a festa, nel costume tradizionale di questo popolo, minoranza fra le minoranze, chiedono di farsi fotografare. Sono eleganti. In pantaloni blù notte lui, carica di monili d'argento lei e le cuffiette che i bambini portano sulla testa. Si fanno fotografare di fronte alla loro capanna. Guardano seri fisso dentro l'obiettivo. &lt;br /&gt;Non ci accompagnano all'uscita del villaggio, ma fino alla curva del sentiero ci accompagna il loro sguardo serio. &lt;br /&gt;Di nuovo a Mouang Khouam. Daniel non c'è. E' rientrato dalla frontiera a mani vuote ed è ripartito qualche ora fa per Loaung Prabang per cercare un volo che ci porti ad Hanoi. Lascia il nome dell'albergo e un vago appuntamento per l'indomani sera alle sette.&lt;br /&gt;Decidiamo di raggiungere Louang Prabang il giorno stesso. Bisogna ridiscendere il fiume fino ad un villaggio da cui se tutto va bene dovremmo raggiungere entro notte l'antica capitale. Il nostro viaggio cambia aspetto e direzione. Non arriveremo più a piedi in Vietnam come avevamo immaginato, né cammineremo sulle montagne a nord di Dien Bien Phu.&lt;br /&gt;Non tutto va bene. Fin dall'inizio della navigazione a ritroso sul fiume capiamo che il motore della barca affittata per scendere a valle non funziona come dovrebbe. Il capitano, un ragazzo giovanissimo con un berretto di lana calcato sugli occhi, è nervoso, si volta spesso a sentire il rumore che fa il motore. Un rumore sordo da motore ingolfato. Si ferma ripetutamente. Smonta, rimonta, pulisce le candele, riparte per fermarsi di nuovo. Il fiume a scenderlo in queste condizioni non è più lo stesso. Non guardiamo più le montagne, gli alberi, le rive e i bambini che pescano, ma l'orologio. La notte cade inesorabile alle sei in punto. Il tramonto è brevissimo, qualche minuto appena, e subito dopo il buio. Cerchiamo di calcolare quanto manca all'arrivo. Lanciamo ipotesi: quella montagna me la ricordo, mancano due ore. Quel villaggio anche. Le picche imbandierate sulla riva, che scopriamo essere poi un mercato. Manca troppo tempo. Non ce la facciamo. Qualche minuto prima del tramonto la barca attracca ad una riva sabbiosa e il capitano fa segno che non si può più continuare. Insistiamo stoltamente e stupidamente, indotti dal nugolo di zanzare che attacca non appena la barca si ferma, che bisogna continuare. Il ragazzo intimidito non osa dire no e si riparte. Più nessuna possibilità di sosta ora. Il fiume scorre veloce tra pareti di roccia verticali. Scende la notte e nel buio fatichiamo a distinguere le rocce che affiorano, i tronchi che galleggiano, i banchi di sabbia.&lt;br /&gt;Il ragazzo accende una grossa pila e fissa concentratissimo l'acqua scura. Incontriamo una piroga che ci si para a fianco di colpo. La pila illumina lo sguardo allibito degli uomini che pagaiano. Ho paura. Tutti abbiamo paura. Sento il rumore dei denti di Claudio che sbattono dalla paura. Non ci scambiamo una parola per un'ora intera che sembra un secolo. In prossimità delle rapide il capitano dà motore e io chiudo gli occhi dallo spavento. La barca oscilla, gira, sembra che sbatta ma in realtà le rocce che vedo arrivare all'ultimo momento la barca le schiva. Andiamo avanti nel buio e nel silenzio. In prossimità del ponte di cemento che segna l'arrivo al porto fluviale la luna piena illumina l'acqua sciogliendo definitivamente la mia angoscia. &lt;br /&gt;Il minibus che affittiamo per percorrere le tre ore di strada che ci dividono da Louang Prabang è talmente male in arnese che ad ogni sobbalzo il portellone posteriore si spalanca e gli zaini rotolano sull'asfalto. L'autista ride imperturbabile mentre noi corriamo affannosamente a recuperare i nostri averi disseminati su decine e decine di metri di carreggiata. Claudio canticchia sottovoce l'intero repertorio dei Beatles da Please please me a Abbey Road. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Louang Prabang 6/1/2004 - martedì&lt;br /&gt;Esiste una parola francese che descrive perfettamente questa giornata: flaner. Che significa girellare, riposarsi, far niente, essere senza programmi, lasciarsi andare all'onda. Non programmo nulla, non visito nulla, passo la giornata da un caffé all'altro, da un muretto all'altro e mi guardo attorno. La linda Louang Prabang con i suoi cappuccini all'italiana e le baguettes alla francese è il sogno di tutti i viaggiatori. Un posto dove ci si sente puliti. Puliti e ricchi. E' anche il posto dello shopping, Louang Prabang. Chi è passato per di qua e non ha comprato una sciarpa tessuta al telaio alzi la mano! I due fiumi che chiudono la cittadina inducono oltremodo alla calma. Divoro un piatto di striscioline di manzo aromatizzate alla citronella e guardo una barca/casa che scende lentamente il fiume. Chi abiterà in quella casa rosa di legno dalle imposte blù situata a poppa del barcone? Un olandese? Una famiglia di commercianti lao? A prua vi è un altarino attorniato da fiori.&lt;br /&gt;Domani all'alba riprendiamo la strada per Vientiane e da là un aereo che ci porterà ad Hanoi. Ha organizzato tutto Daniel che ritroviamo per caso nel caffé dove facciamo colazione. La strada che prenderemo non è una buona strada, ci dice. L'asse Louang Prabang/Vientiane è asfaltata e comoda. Attraversa la catena montagnosa di Xianghoang in mille tornanti per scendere poi verso Vang Vueng e quindi Vientiane. Il problema, dice, sono gli assalti alla carovana. Il tratto montagnoso non è sicuro, ma gli hanno assicurato che da un paio di mesi è pattugliato da soldati dell'esercito regolare che garantiscono il passaggio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Louang Prabang/Vientiane/Hanoi - 7/1/2004 mercoledì&lt;br /&gt;Il soldati regolari ci sono. Ogni quindici/venti chilometri ce n'è uno seduto per terra sul lato della strada a fumarsi una sigaretta sotto una tettoia improvvisata. Sono scamiciati e mal in arnese e tengono il fucile mitragliatore appoggiato sulle ginocchia. Assomigliano più a miliziani che a soldati regolari. Forse più a banditi che a soldati regolari. Il nostro autista prima di affrontare la montagna si ferma in un villaggio dove scendiamo a bere un caffé - caffé lao nero, amaro e denso come il fondo di una moka. Un nugolo di bambini seminudi ci circonda e mima i gesti di Bruce Lee. L'autista ha un gran d'affare a confezionare strani pacchetti di sigarette sotto cellophane. Ne prepara una decina - sacchettini di nylon contenenti ognuno quattro sigarette - che poi sistema sul sedile accanto al suo. &lt;br /&gt;Ad ogni posto di blocco che poi non blocca nessuno rallenta leggermente e getta uno di questi pacchettini fuori dal finestrino in direzione del soldato di turno. Vuole farselo amico, o è semplicemente un ragazzo gentile?&lt;br /&gt;Di colpo lungo la strada totalmente deserta di questa montagna vediamo arrancare una ragazza in bicicletta con grande zaino sulle spalle. Poche centinaia di metri più a valle vi è il suo compagno. Anche lui affaticato con un grande bandana rosso che gli copre la testa. Australiani? Inglesi? Svedesi? Li guardiamo stupiti e ammirati dal finestrino. Così stupiti che non abbiamo nemmeno tempo di fare ciao con la mano. Loro si fermano e ci guardano sparire dietro una curva. &lt;br /&gt;Quasi 400 chilometri, dieci ore di viaggio. A mezzogiorno l'autista fa una sosta/pranzo al villaggio di Vang Vueng, dall'altra parte delle montagne. Ci dev'essere qualcosa nei dintorni, mi dico perché oltre a noi ci sono altri occidentali e cinque o sei guesthouse. Due signore olandesi di circa sessant'anni mi spiegano che nei dintorni ci sono colline e cascate e torrenti dove fare rafting. Loro non si muovono dal villaggio da più di due settimane. Non vanno a vedere le cascate né i torrenti. Stanno nel villaggio e chiacchierano con la gente. Dicono che sono innamorate della gente. Sedute al tavolino del bar vicino a me mangiano con grazia e gentilezza un sandwich alle verdure. Vestite come sono in gonna da ufficio e camicetta senza maniche, sembrano uscite da un'assemblea di attiviste dell'esercito della salvezza. Ci salutano sorridendo e ci augurano buon viaggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Hanoi - 7-11/1/2004&lt;br /&gt;Non è stato amore a prima vista quello tra me e Hanoi. E' stata una lenta conquista frutto di un intenso corteggiamento. &lt;br /&gt;Lien che ci accoglie alla guesthouse è una ragazza scatenata. Parla, sorride, gesticola, si agita, fa di tutto per assicurarsi che noi non si cambi albergo e che si resti da lei. Restiamo, più che altro per non deluderla. La guesthouse è una delle tante case della vecchia Hanoi, larga appena qualche metro e alta quattro piani. Due camere per piano, otto camere in tutto. Fuori il concerto assordante di milioni di motorini.&lt;br /&gt;Attraversare la strada ad Hanoi necessita di incoscienza, coraggio e fiducia nel genere umano. Resto almeno un quarto d'ora sul bordo della strada ad attendere che il traffico si diradi finché non mi dicono che così non si fa. Ad Hanoi si scende dal marciapiede e si attraversa la strada a occhi chiusi e a passo costante. Guai a fare un scarto, guai ad un'esitazione. Le migliaia di motociclette, biciclette e ricsciò che scorrono come un fiume lungo le sue strade sanno perfettamente evitare il passante a patto che costui mantenga un'andatura costante. &lt;br /&gt;Mi aspettavo che Hanoi fosse come Pnhom Penh. Una città assonnata e polverosa. Dove le donne vestono ancora gli abiti tradizionali e portano lunghi guanti bianchi fino al gomito. Così me l'aveva descritta chi c'era stato appena qualche anno prima. Polverosa, mi avevano assicurato, poco asfalto, luce a gas e tante, tante biciclette. Le biciclette ci sono, ma in netta minoranza rispetto alle moto, che sembrano inesauribili. Un fiume in piena quello delle moto. Maestoso, lento e regolare. Sembra che dietro ad ogni curva vi sia un mostro dalle fauci spalancate che vomita incessantemente moto. Moto e gioventù. Ragazzi e ragazze, quest'ultime bellissime, che circolano non si sa bene verso cosa. Si muovono, strombazzano con ritmata regolarità e evitano il più possibile di posare il piede a terra. Pare che sia una specie di codice o di gioco o di prova di abilità. Non fermarsi mai, evitare i passanti e soprattutto evitare di posare il piede a terra. &lt;br /&gt;E' la città dei marciapiedi proibiti, Hanoi. Il segno del rifiuto della Francia colonizzatrice e razionale. I marciapiedi accolgono le motociclette, cinesi per lo più, che si sistemano su di essi a rastrelliera. Tra una moto e l'altra donne accovacciate sui talloni cucinano, bollono, friggono. Famiglie intere accovacciate mangiano o, più semplicemente, chiacchierano. Qua e là donne giovani e vecchie trasportano a bilanciere ceste di arance o banane, o ceste di forbici e coltelli, o ceste coperte da drappi. Difficile indovinare cosa contengono. Giorno e notte le donne/bilancere vagano per la città vecchia e anche col cielo grigio indossano cappelli di paglia a forma di cono tenuti stretti sotto il mento da cenciosi foulard a quadretti. Si districano nel traffico con andatura sicura ed elegante. Piccoli passi veloci. Qualche sosta per equilibrare il carico. &lt;br /&gt;Per guardare le facciate delle case bisogna individuare uno spazio sicuro dove fermarsi. &lt;br /&gt;Le case di Hanoi sono tutte bellissime. Splendide quelle della città vecchia. Imponenti e coloniali quelle degli antichi quartieri francesi. &lt;br /&gt;In questa città, grazie a Dio, il razionalismo in architettura non è mai arrivato. Le case sono quanto di più splendidamente irrazionale io abbia mai visto in vita. Altissime, strette e colorate quelle della città vecchia interrotte da terrazzi, terrazzini, bowindow, rientranze, balconi, sporgenze, balaustre, colonne, rampicanti, e ancora, vetro, legno, ceramica, ghisa, ferro battuto, pietra, tutti i colori e i materiali possibili che si mescolano in un bailamme di forme geometriche indecise tra rotondità ed angoli acuti. Una città concepita da migliaia di architetti improvvisati indotti a costruire in altezza forse per evadere i dazi calcolati in base alla larghezza delle facciate e forse per risparmiare sui prezzi del terreno costruttibile, data la quasi assenza di costi di manodopera. &lt;br /&gt;Delle case coloniali, nascoste dietro giardini rigogliosi e cancelli, si intravvedono angoli e sprazzi di facciata se si passeggia lungo i grandi boulevard alla francese, a nord o a sud della città vecchia. Sono belle, ma meno speciali delle altre. Le abbiamo viste già da noi queste case inizio secolo, certo con meno verzura, con meno opulenza, forse, ma le forme non del tutto estranee, ci stupiscono meno. &lt;br /&gt;Ad Hanoi, a poche ore dall'arrivo, decido di restare, evitando la visita alla vicina Baie d'Halong, già vista in decine di film, e della Pagoda dei Profumi posta, a pochi chilometri dalla città, su un'isola del Fiume Rosso. Sono questi i due principali spot turistici dei dintorni, ma io sento che non voglio staccarmi da questa città. Ho voglia di scoprirla piano.&lt;br /&gt;E pian piano sento che la città si mostra a me. Pian piano camminando a caso lungo stradine, boulevard e lungo la riva dei tanti laghi interni che la rendono una città acquatica con barche, piroghe e pedalò a forma di cigni. Mi perdo nel dedalo di strade della città vecchia che fanno pensare alla Firenze comunale, caratterizzate come sono per corporazioni: la strada della seta invasa dagli occidentali, e quelle meno frequentate dei farmacisti tarassici, dei lavoratori della latta, dei pigmenti colorati, dei lavoratori della ceramica, degli orologiai, delle occhialerie, degli uccelli, dei pesci tropicali. Le strade dei parrucchieri che massaggiano per ore il cuoio cappelluto del cliente, le strade dei barbieri che fanno anche pedicure, manicure ed estraggono il cerume dalle orecchie col vecchio metodo della candela. Le strade degli hacker che piratano tutto quanto il mondo dell'informatica sia mai riuscito a produrre e per pochi dollari vendono copie di CD, DVD e software vario. I mercati hanno poco spazio ad Hanoi. La città vecchia è in realtà immenso mercato. Schiacciati tra una stradina e l'altra le bancarelle del pesce, della carne, delle spezie, della frutta e delle verdure. Donne e bambini carichi di borse di plastica si aggirano tentando di vendere al turista accendini con l'effigie di Ben Laden o Saddam Hussein - "Good men! Good, men!" - o magliette con il ritratto di Ho chi Minh.&lt;br /&gt;Al museo della guerra, a qualche blocco dal mausoleo che contiene il corpo imbalsamato di Ho Chi Minh, le vittorie di questo popolo di formiche alacri contro giapponesi, francesi, cinesi, e americani vengono raccontate con i toni della più ridicola propaganda terzomondista. "Il fiero popolo vietnamita sconfigge il vile oppressore francese nella grande battaglia di Dien Bien Phu". Scritte inutili perché la storia basta a parlare da sola. Eloquente una delle tante foto esibite al museo. Quella di una ragazzina vietnamita, quasi una bambina, a piedi nudi, cappello di paglia in testa e mitragliatrice in mano che scorta un soldato americano prigioniero, tre volte più grande di lei e dotato del miglior equipaggiamento possibile. &lt;br /&gt;Il volto ascetico da intellettuale romantico di Ho Chi Minh è presente ovunque, sovente affiancato ai ritratti dei governanti in carica. Un messaggio ingenuo che vorrebbe instillare nel popolo l'idea di continuità tra passato e presente ma che è inficiato dai volti grassi e butterati alla Noriega dei truffaldini rappresentanti della classe politica attuale. Gli stessi che si aggirano per i larghi viali in Mercedes con autista dai vetri fumé. Gli stessi che vivono nel lusso all'interno della città proibita, nel pieno centro della città, dietro alte mura protette da soldati. &lt;br /&gt;A camminare lungo i larghi viali della città francese sono solo gli occidentali. Che cosa si cammina a fare, sembrano chiedersi i locali, lungo viali dai quali commercio e artigianato sono assenti? Capisco che in questa città adrenalinica passeggiare a caso è un lusso, una perdita di tempo. La vita è nel traffico, nei traffici, su cui si concentrano le energie dei milioni di giovani che ci vivono. I vecchi sono pochi. Se ne incontra qualcuno sul lungolago, in vestito tradizionale nero, capelli bianchi corti, lunga barba bianca a punta, occhialetti neri circolari. &lt;br /&gt;Lien mi racconta che i giovani, la sera, circolano in motocicletta per la città con le loro morose, per fermarsi poi lungo il lago più grande a limonare. Sono migliaia effettivamente a limonare lungo il lago. Di ritorno dal grande ristorante collettivo in prossimità della strada diga che porta all'aeroporto, là dove si ammassano le botteghe degli antiquari e dei tombaroli, ci passo davanti. Il conduttore di ricsciò che mi riporta alla guest house me li indica con la mano, ride e aggiunge "Bum, bum, sida!" che interpreto facilmente come una messa in guardia a costumi sessuali diventati oramai troppo liberi. &lt;br /&gt;Pian piano a forza di camminare e di battere la città individuo i pochi caffé all'occidentale, oasi di pace, specialmente quelli in cui si sale ai piani alti, in cima alle case, su terrazze lontane da tubi di scappamento e rumori. Sprofondata su un vecchio sofà di seta mezza sdrucita sorseggio un succo d'arancia. Sulla terrazza posta sul tetto della casa di fronte un viet abbronzato fa ginnastica. Alla mia destra un altro ragazzo, occidentale stavolta, ascolta un pezzo dei Led Zeppelin con gli occhi chiusi. Mi accorgo quando si alza che è fatto come una scimmia. Questo caffé- bar-terrazza dove la sensazione di pace viene accentuata da piante tropicali sparse qui e là e da un grande ventilatore marca Magneti Marelli che gira lento sul soffitto è poco lontano dalla strada delle fumerie d'oppio. Ci siamo passati davanti poco prima di arrivare al caffé. Sul marciapiede di fronte alle fumerie gruppi di uomini che giocano a carte concentratissimi. All'interno uomini distesi su lettini di paglia che aspirano dentro lunghe pipein bambù annerito. Il ragazzo si risiede sul divano inebriato dalla musica.&lt;br /&gt;La sera ceniamo da Stephanie, la sorella di Catherine, ad Hanoi da quasi un anno. Lavora come medico in un ospedale privato. Ad Hanoi non c'è la malaria, ci dice. C'era stata la Sars e molti ospedali erano stati costretti a chiudere. Chi era dentro - malati, infermiere, medici - dentro c'è stato e talvolta è morto fino a quando non han tolto la quarantena. Grande scalpore aveva fatto, ci racconta, la morte di un medico italiano all'inizio dell'epidemia. Dice che lo conoscevano tutti, quel medico. Che era apprezzato e molto amato dalla gente. Molti pazienti occidentali? le chiedo. Lei ride e mi dice che ne arrivano molti che si sono fatti morsicare dalle pantegane che si nascondono dietro i water delle toilette dei ristoranti della città vecchia. La gente si siede, mi dice, e le pantegane impaurite mordono polpacci e caviglie. Per il resto qualche caso di dengue, e molte febbri e amebiasi. Complessivamente, conclude, Hanoi è una città abbastanza salubre. E' molto cattolica Stephanie e lo è anche Guillaume, il marito, che lavora per SOS International, un'organizzazione di cui non conoscevo l'esistenza che si occupa di emergenze sanitarie, individuali o collettive, in tutto il pianeta. Ci parlano entusiasti del giubileo e del papa e di un loro viaggio a Roma. Hanoi è appena oltre il cancello del giardino, ma a starsene a tavola tra francesi, in una bella casa arredata con gusto, a spalmare formaggio di capra su croccanti baguette sembra irreale. &lt;br /&gt;L'ultimo giorno ad Hanoi, nelle ore che precedono la partenza, sono frenetica. Ho l'impressione che la città mi sfugga, mi si spiatarri tra le dita. Scopro angoli nuovi a poche decine di metri dalla guesthouse. Perché non ci ho fatto caso prima? Sono frustrata, non voglio partire. Dai grandi amori è difficile separarsi  senza stati d'animo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10125839-110579137284506177?l=zenobiaonline.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://zenobiaonline.blogspot.com/feeds/110579137284506177/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10125839&amp;postID=110579137284506177' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10125839/posts/default/110579137284506177'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10125839/posts/default/110579137284506177'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://zenobiaonline.blogspot.com/2005/01/viaggio-in-cambogialaosvietnam-2004.html' title='Viaggio in Cambogia/Laos/Vietnam 2004'/><author><name>Chiara Milanesi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13116693221141873377</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://2.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SVnyPNVew8I/AAAAAAAAAvM/sBDwyUEKOmo/S220/s784383329_691524_1586.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10125839.post-110561456533769746</id><published>2005-01-13T13:08:00.000+01:00</published><updated>2005-01-13T12:09:25.336+01:00</updated><title type='text'>24H CHRONO</title><content type='html'>24CHRONO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli adoratori di 24h Chrono - affatto esagerato utilizzare il termine adoratori visto il consenso che suscita questo serial televisivo - sono milioni sparsi per il mondo. Esistono centinaia di siti Internet e di weblog incentrati su questa serie televisiva. 24H Chrono rappresenta un vero e proprio fenomeno televisivo.&lt;br /&gt;Il principio di base della serie è semplice: gli avvenimenti si svolgono in tempo reale e una stagione copre un'unica giornata. 24 episodi di un'ora (comprensivi ognuno di 18 minuti di pubblicità) coprono le 24H ore di una giornata.&lt;br /&gt;A parte questo principio generale la serie, a ben guardare, non è affatto costruita in modo originale. Assenza totale di flash back, assenza totale di digressioni, intrighi che si svolgono in parallelo in maniera chiara senza che mai diano luogo ad ambiguità. Tutto quanto accade, lo spettatore lo vede svolgersi davanti ai suoi occhi. La situazione, dunque, è sempre perfettamente nota, ma è l'incredibile succedersi dei colpi di scena che crea tensione nello spettatore, il quale sa, per esperienza, che, da un momento all'altro, possono avvenire dei capovolgimenti radicali. Questa attesa costante del capovolgimento, nell'ambito di un intrigo estremamente complesso e nel contempo perfettamente comprensibile, è sicuramente uno degli elementi che hanno permesso alla serie di ottenere il grande successo di cui gode.&lt;br /&gt;Ma numerosi sono gli aspetti di 24H che possono dar luogo a riflessione.&lt;br /&gt;Partiamo innanzitutto dalla storia. &lt;br /&gt;24H Chrono (arrivata attualmente alla sua terza stagione, o al suo terzo giorno, se vogliamo) racconta le avventure di Jack Bauer, (interpretato da Kiefer Sutherland), agente dell'unità antiterrorismo di Los Angeles, incaricato di neutralizzare minacce terroristiche di diversa natura. &lt;br /&gt;Nella prima serie Jack Bauer deve sventare un attentato al candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Nella seconda deve disinnescare una bomba nucleare che rischia di esplodere su Los Angeles, mentre nella terza serie la minaccia terroristica è di natura biologica: un virus che, lasciato libero di circolare, provocherebbe un'epidemia di dimensioni planetarie.&lt;br /&gt;Dalla prima alla terza stagione notiamo un'escalation nella consistenza della minaccia terroristica. Un uomo, una città, un paese, se non addirittura il pianeta intero. C'è da chiedersi cosa potranno tirare fuori ancora i brillanti sceneggiatori del serial, in altri termini, cosa ci potrà mai essere di più terribile di un'epidemia globale?&lt;br /&gt;E' ovvio che il fascino di 24H è legato alla messa in scena delle paure, consce o inconsce, dello spettatore americano, prima, ed europeo poi. E se, probabilmente, a differenza degli spettatori americani, a uno spettatore europeo il possibile assassinio di un candidato alla presidenza degli Stati Uniti non solleva particolari angosce, la minaccia nucleare o o la paura di malattie legate a virus sconosciuti e programmati, rappresenta l'incubo di ogni cittadino appartenente al mondo industruializzato.&lt;br /&gt;La messa in scena di queste paure è controbilanciata da due elementi fondamentali e antitetici tra di loro. &lt;br /&gt;Da un lato, lo spettatore può, confidare sull'intuizione, il senso di sacrificio e le straordinarie capacità dell'eroe, l'agente Jack Bauer; dall'altro sulla tecnologia di punta di cui l'Unità Antiterrorismo è dotata. Perché Jack Bauer non è il tipico eroe solitario alla Harry Callaghan che ha nutrito decenni di cinema americano. Jack Bauer è costantemente assistito da un'equipe di informatici, analisti di dati, esperti di decriptaggio, tecnici dell'immagine satellitare che, a distanza, lo assistono nella sua lotta. Lo spettatore, di fondo, nutre la costante certezza che in qualche modo la tecnologia sia in grado di sventare i piani più arditi del nemico terrorista. Che costui possa essere individuato, spiato, controllato, seguito da un incombente Grande Fratello, di cui, in questo caso, è sapientemente indotto a giustificare le invasioni nella privacy dei cittadini.&lt;br /&gt;L'unità antiterroristica, la CTU (Counter Terrorism Unit) è l'ambiente principale in cui si svolgono i fatti. Centinaia di computer, telefoni satellitari, immagini video, controllati da un'equipe di giovani, maschi e femmine, estremamente capaci, devoti e assolutamente instancabili, i quali costituiscono i personaggi di contorno dello sceneggiato. &lt;br /&gt;Luogo asettico, la CTU, vetro e metallo, così come asettici risultano i personaggi che la abitano. &lt;br /&gt;Di nessuno di loro conosciamo la vita al di fuori della CTU. Non sappiamo quasi nulla del loro passato, non immaginiamo quali siano i loro desideri o le loro passioni, non ci figuriamo nemmeno lontanamente come possa essere la loro casa. &lt;br /&gt;Le comunicazioni tra i membri della CTU, quando non avvengono via computer, sono secche, ridotte al minimo, e prive di qualsiasi nota personale o sentimentale. Anche se tra alcuni di loro esistono relazioni amorose o affettive, lo spazio di queste ultime è ridotto al minimo e quasi sempre esse sono funzionali allo svolgersi degli eventi.&lt;br /&gt;Allo spettatore viene costantemente comunicata l'idea che il mondo è minacciato dalle peggiori catastrofi ad opera di forze del male di diversa provenienza ma che la tecnologia di cui disponiamo, unita all'intuizione e al senso del dovere sovrumano dell'eroe, potranno sempre e comunque salvarci.&lt;br /&gt;Ma a che prezzo?&lt;br /&gt;Questo è l'elemento più interessante della serie. &lt;br /&gt;Di primo acchito, (più nella prima stagione e via via sempre di meno col passare da una serie all'altra) alcuni dei valori che vengono veicolati dallo sceneggiato sono valori di rottura rispetto alla tradizione.&lt;br /&gt; Il Presidente degli Stati Uniti è un unomo di colore, di estrazione sociale medio bassa. &lt;br /&gt;Le donne presenti nel film, si sostituiscono spesso all'uomo, rivaleggiano con lui nella ricerca del potere e spesso addirittura lo combattono. Sherry Palmer, la moglie del Presidente, rifiuta il ruolo di sposa e madre, e intriga nell'ombra per soddisfare i suoi interessi personali invece che l'interesse della Nazione. La figura dell sposa è assente dalla serie. Alla fine della prima stagione la moglie di Jack Bauer, sparisce, assassinata. Mentre tra i membri della CTU, Michèle Dessler, moglie di Tony Almeida, uno dei dirigenti, si impone come donna di cervello e di azione, totalmente distaccata dai suoi doveri di sposa. &lt;br /&gt;Si tratta, comunque, di elementi marginali rispetto alla filosofia profonda che sottende allo sceneggiato.&lt;br /&gt;La quale può essere sintetizzata in questa frase: non esistono limiti etici o principi democratici che possano essere difesi in caso di attacco terrorista. Il fine che giustifica i mezzi, nell'accezione più banale e immediata, fa da sottofondo ad ogni puntata. &lt;br /&gt;E' necessario far parlare un terrorista o uno dei suoi fiancheggiatori? La CTU non esiterà ad impiegare la tortura, per quanto in maniera asettica. Il torturatore accreditato avrà l'aspetto di un medico, e nessun sadismo negli occhi, ma la consapevolezza che i gadgets contenuti nella sua valigetta di metallo serviranno in qualche modo una causa nobile. &lt;br /&gt;E' necessario sacrificare un membro della stessa CTU per prendere tempo ed avere maggiori chances di individuare i terroristi?Lo si farà, un'esecuzione a freddo, che metterà in atto Jack Bauer, l'eroe buono, addirittura col consenso forzato della stessa vittima, conscia che non vi sono altre soluzioni possibili.&lt;br /&gt;I cittadini vengono ascoltati, radiografati, seguiti, controllati dal Grande Fratello, e non c'è nulla da ridire. E' un'evidenza in sè, giustificata dalla contingenza storica. Da cui possiamo capire perché l'introduzione del Patriot Act negli Stati Uniti, che costringe, ad esempio, i bibliotecari a fornire alla polizia le liste di libri che legge chi frequenta le biblioteche, non abbia sollevato quelle proteste che ci si saremmo aspettati.&lt;br /&gt;La stampa, i mass media in generale, sono  visti come la bestia nera, e del presidente, e di chi lotta contro il terrorismo. Nella seconda serie non si esita a far rapire un giornalista per impedirgli di svelare che la città di Los Angeles è sotto la minaccia di un'esplosione nucleare.&lt;br /&gt;Numerose sono anche le reminiscenze del film noir, in questa serie. Nina Myers, l'alter ego di Jack Bauer, incarna il prototipo della donna predatrice, immorale, pericolosa e nello stesso ambivalente e fatale. E come nei film noir, anche in 24H sono le brune a incarnare il male e la duplicità, mentre le bionde l'angelicismo. Quando, nella seconda stagione si rivela che Mary Warner è una terrorista, la si vede in parrucca nera, non più con i suoi angelici capelli biondi e così Kim Bauer, nella terza stagione, per sostituirsi alla figlia di un terrorista indossa pure lei una parrucca scura.&lt;br /&gt;In entrambi i casi il passaggio all'atto coincide con questa metamorfosi. &lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10125839-110561456533769746?l=zenobiaonline.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://zenobiaonline.blogspot.com/feeds/110561456533769746/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10125839&amp;postID=110561456533769746' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10125839/posts/default/110561456533769746'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10125839/posts/default/110561456533769746'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://zenobiaonline.blogspot.com/2005/01/24h-chrono.html' title='24H CHRONO'/><author><name>Chiara Milanesi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13116693221141873377</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://2.bp.blogspot.com/_0dIA8QqXBgc/SVnyPNVew8I/AAAAAAAAAvM/sBDwyUEKOmo/S220/s784383329_691524_1586.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
